Lo scorso 13 giugno sulla facciata della Villa del Loretino di Comeana è stato inaugurato il pannello commemorativo alla memoria dell’antifascista Fortunato Picchi. La sua storia straordinaria è rimasta per troppo tempo nell’ombra. Il recente omaggio alla memoria offre una preziosa occasione per parlare nuovamente di questa vicenda umana, di cui la nostra redazione si era già occupata in passato, e consegnarla quindi alle nuove generazioni.
Per decenni il nome di Fortunato Picchi è rimasto confinato ai margini della memoria collettiva, quasi cancellato dal tempo e dalle contraddizioni della storia. Nato a Comeana il 28 agosto 1896, Picchi fu uno dei primi italiani a scegliere consapevolmente di combattere il fascismo, arrivando a sacrificare la propria vita per un ideale di libertà e di democrazia. La sua vicenda è riemersa negli ultimi anni grazie alle ricerche promosse dal Comune di Carmignano, culminando nel libro dello storico Alessandro Affortunati, “Di morire non m’importa gran cosa. Fortunato Picchi e l’Operazione Colossus”, che ha permesso di riportare alla luce una pagina tanto drammatica quanto esemplare della storia locale. Figlio di una famiglia numerosa e modesta, Picchi seguì i genitori dalla natia Comeana alla Val di Bisenzio.
Chiamato alle armi durante la Prima guerra mondiale, combatté sul fronte macedone fino al 1919. Due anni più tardi, spinto dalle difficoltà economiche e da un forte spirito di indipendenza, emigrò in Inghilterra. A Londra riuscì a costruirsi una vita di successo. Dopo gli inizi come cameriere, entrò nel prestigioso Savoy Hotel, dove arrivò a ricoprire il ruolo di vice direttore del reparto banchetti. Amava la capitale britannica, tifava Arsenal, passeggiava con il suo cane Billy a Hyde Park e nutriva una sincera ammirazione per i valori della democrazia inglese. Tuttavia non rinunciò mai alla cittadinanza italiana. Negli anni Trenta maturò progressivamente la propria coscienza antifascista. Pur senza aderire a partiti politici, frequentò ambienti democratici e si tenne lontano dalle organizzazioni fasciste italiane presenti nel Regno Unito, attirando su di sé l’attenzione dei consolati del regime.
Quando nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra, Picchi fu internato nell’isola di Man insieme a molti altri cittadini italiani. Avrebbe potuto tornare presto alla sua carriera londinese, ma scelse un’altra strada. Per lui la semplice propaganda antifascista non era sufficiente. Animato da un profondo amore per il proprio Paese, decise di combattere contro il regime mussoliniano. Si arruolò nelle forze britanniche, affrontò il duro addestramento dei paracadutisti nonostante avesse già quarantasei anni e si offrì volontario per una missione ad altissimo rischio: l’Operazione Colossus, la prima incursione aviotrasportata britannica sul territorio italiano. Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1941, insieme a trentaquattro uomini del Commando No. 2 venne lanciato tra Calitri, Rapone e Pescopagano con l’obiettivo di sabotare l’acquedotto pugliese. L’azione riuscì solo parzialmente e, durante la ritirata, i commandos furono circondati dalle forze italiane. Picchi si arrese senza opporre resistenza, preoccupandosi soprattutto di evitare spargimenti di sangue tra i civili. In un primo momento si presentò con un nome francese, ma poi rivelò la propria identità, chiarendo di non aver combattuto contro l’Italia, bensì contro il fascismo. Per gli inglesi catturati si aprirono le porte dei campi di prigionia. Per lui, invece, il destino fu ben diverso. Essendo cittadino italiano, venne processato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato con l’accusa di tradimento. La condanna a morte fu eseguita il 6 aprile 1941 nel Forte Bravetta di Roma.
Le ultime parole rivolte alla madre testimoniano tutta la sofferenza di un uomo consapevole del prezzo della propria scelta: «Di morire non m’importa gran cosa. Quel che mi dispiace è che io, che ho voluto sempre il bene del mio Paese, debba oggi essere considerato come un traditore». Nel Regno Unito il suo sacrificio fu celebrato come quello di un martire della libertà e del nuovo Risorgimento. In Italia, invece, i familiari subirono le persecuzioni del regime e, dopo la guerra, la memoria di Picchi finì progressivamente nell’oblio. Forse perché era stato “partigiano” prima ancora che nascesse la Resistenza. Forse perché non apparteneva a nessun partito e nessuna forza politica poté rivendicarne l’eredità. O forse perché la sua vicenda, sospesa tra patriottismo e ribellione, sfuggiva alle categorie più semplici. Eppure, a distanza di ottant’anni, la domanda resta la stessa: traditore o eroe? Per molti, in Italia e all’estero, la risposta è chiara. Fortunato Picchi fu un uomo che amò profondamente la propria patria e che, proprio in nome di quell’amore, scelse la strada più difficile e più solitaria. Oggi, grazie al lavoro degli storici e all’impegno del Comune di Carmignano, la sua storia torna finalmente a occupare il posto che merita nella memoria civile del Paese. Perché ci sono vite che il tempo può offuscare, ma che la coscienza di una comunità ha il dovere di non dimenticare. (Valentina Cirri)