La festa torna in piazza con quattro spettacoli di teatro in strada. Bianco, Celeste, Giallo e Verde hanno portato in scena temi profondamente attuali attraverso storie ambientate nel passato e nel futuro. C’è chi guarda alla figura di un nonno diventato memoria di un paese, chi torna all’infanzia di Leonardo Da Vinci, chi immagina un futuro nel quale la natura e la diversità chiedono di essere ascoltate e chi riporta alla luce la voce collettiva delle donne che, alla fine dell’Ottocento, iniziarono a rivendicare dignità e diritti nel lavoro.
A decretare la rappresentazione migliore in un’edizione in cui per la prima volta è assente il Palio dei ciuchi, saranno quindici giurati, cinque diversi per ciascuna delle tre giornate.
Nella prima serata di venerdì 25 settembre non sono mancati gli applausi e la piazza potrebbe avere già decretato il rione preferito. Adesso dobbiamo attendere il verdetto finale che sarà reso noto nel tardo pomeriggio di domenica 27 settembre.
Il Rione Giallo con la regia di Claudia Maggio ha scelto di raccontare una figura profondamente legata alla storia rionale e alla comunità di Carmignano: Vitale Farruggio, recentemente scomparso. La rappresentazione si apre con una barca e le iconiche maschere che entrano in scena, mentre il suono della campanella dell’ultimo giorno di scuola introduce il pubblico in una dimensione fatta di ricordi, attese e ritorni. Al centro c’è una bambina che aspetta il nonno. Vorrebbe trascorrere del tempo con lui, ascoltare le sue storie, ma lui è ancora impegnato nelle mille cose della vita quotidiana. Perché quel nonno è una presenza conosciuta da tutti e il suo mondo è una bottega di barbiere. Un luogo piccolo, che sa di dopobarba, con la radio sempre accesa sulle partite della Fiorentina. Ma soprattutto un luogo dove le persone entrano per farsi la barba e finiscono per raccontarsi: una nostalgia, un ricordo, un pezzo della propria vita. È qui che il mestiere diventa relazione e la bottega diventa comunità.
La storia personale di Vitale si intreccia così con quella del paese. Ci sono i ricordi dell’infanzia in Sicilia, il viaggio verso il Nord su un treno carico di persone, animali e pacchi legati con lo spago, l’arrivo in una città sconosciuta e l’inizio di un mestiere imparato da bambino. Poi il tempo passa. Vitale perde la vista, ma continua a riconoscere le persone dalle loro voci. Gli amici sulle panchine bellavista, uno dopo l’altro, se ne vanno. Anche la bottega chiude e arriva la pensione. E proprio allora emerge la domanda più dolorosa: che cosa resta quando viene meno il luogo che per tutta la vita ha dato un senso alle proprie giornate? Il Rione Giallo costruisce intorno a questa domanda un racconto sulla memoria e sull’affetto con una narrazione giocosa, che fa pensare, e la colonna sonora più accattivante di tutta l’edizione che spazia da Paolo Conte, a Franco Battiato fino ai Coldplay e Tom Odell.
Il finale restituisce però continuità: la storia di Vitale non finisce con la chiusura della bottega. La nipote raccoglie quella memoria e promette di continuarla. E la festa di fine agosto, la cocomerata regalata per anni a Carmignano, diventa anch’essa parte di un’eredità collettiva. Le fotografie di Vitale e la presenza della nipote come portabandiera chiudono idealmente il racconto. Perché, come suggerisce il Rione Giallo, “non si è mai pronti a mettere la parola fine, è come quando l’arbitro fischia ma tu vorresti continuare la partita”.
Il Rione Bianco torna invece indietro di cinque secoli per raccontare, con la regia riconfermata a Lorenzo Tarocchi, Leonardo Da Vinci attraverso la prospettiva intima dell’infanzia. Prima del genio c’è un bambino, con una storia di origini e di separazioni. Leonardo cresce lontano dalla madre Caterina, affidato alle cure della nonna e dello zio. La nonna Lucia di Pietro di Zoso abita a Bacchereto, luogo di artigiani e di ceramisti. In questo luogo di scoperta, Leonardo impara a guardare il mondo con occhi diversi, osserva le forme, i materiali e i colori e comprende ciò che lo circonda. Ma il cuore emotivo della storia è il rapporto con la nonna. “Ti terrei nascosto a lungo ma non posso. Ti spezzerei le ali, non sarò la tua prigione”: la nonna vorrebbe proteggerlo, tenerlo vicino, ma sa che non può farlo per sempre. Leonardo deve partire e trovare la propria strada. E torna più volte in scena l’immagine dell’aquilone: volare come metafora della libertà, lasciare andare qualcuno non per abbandonarlo ma per permettergli di diventare ciò che può essere. Il giovane Leonardo parte infine verso Firenze, verso la bottega del Verrocchio, portando con sé le proprie radici e le figure femminili che nel finale si riuniscono, prima di spiccare definitivamente il volo.
Con il Rione Verde la prospettiva cambia ancora. La storia di Attilio, per la regia di Andrea Bruni, porta in piazza uno dei temi più delicati dell’edizione: la diversità. Attilio parla con la natura. Annaffia, osserva gli alberi, ascolta le radici. Per chi gli sta intorno è semplicemente “strano”, “grullo”, diverso. Nel corso della vicenda recitata in maniera eccellente vengono evocate diverse possibili diagnosi e definizioni: deficit di attenzione, sindrome di Asperger, dislessia, spettro autistico, ritardo cognitivo. Ma nessuna di queste parole riesce davvero a raccontare chi sia Attilio. Ed è proprio qui che la rappresentazione prende la sua direzione più forte: Attilio non è una diagnosi, è una persona. È un figlio. È semplicemente Attilio. La sua vicenda familiare si intreccia con quella della terra. Il podere, i fichi dottati, gli alberi e le radici diventano elementi di un mondo destinato a essere trasformato dal cemento e da un’idea di progresso che sembra non lasciare spazio a ciò che non produce immediatamente valore. La storia assume progressivamente una dimensione futuristica. La terra è stanca. Gli alberi vengono tagliati. Un grande progetto edilizio minaccia di cancellare una parte della storia di Carmignano. Attilio si oppone, perché riesce a percepire qualcosa che gli altri non vedono.
La natura diventa così lo specchio della diversità. Entrambe chiedono di essere comprese prima di essere trasformate, giudicate o eliminate. La rappresentazione affronta anche il dolore della perdita della madre e il rapporto tra un figlio che si sente diverso e una madre che lo accetta per quello che è. «Attilio non è una diagnosi, è mio figlio» è il centro emotivo di questo percorso. Ma il racconto non si ferma alla famiglia. Arriva fino alla comunità e al futuro. I bambini chiedono agli adulti un mondo integro. I frammenti di uno specchio ricomposti in una delle scene finali ricordano che nessuno è un riflesso perfetto degli altri: siamo tutti parti diverse di una stessa realtà. E alla fine compare il grande albero, simbolo delle radici e della continuità. La domanda conclusiva è rivolta direttamente al pubblico: “e tu che ci stai guardando, dove si nutrono le radici della tua anima?”.
Il Rione Celeste porta invece il pubblico alla fine dell’Ottocento, nelle strade e nelle case dove le donne lavoravano la paglia. La storia, diretta da Sofia Ursitti, prende le mosse dall’intreccio, un’arte antica che per molte donne rappresentava soprattutto lavoro quotidiano, fatica e sopravvivenza. Si intrecciava per tutto il giorno e si guadagnava appena il necessario per comprare il pane. Sul fondo c’è una storia d’amore: Riccardo, erede della famiglia Gori, si innamora di una giovane trecciaiola, Amelia. Ma il sentimento personale si lega ad una vicenda collettiva molto più grande. Quando il settore entra in crisi e le paghe vengono dimezzate, le lavoratrici decidono di reagire. La rappresentazione richiama la storia delle trecciaiole fiorentine e quella di Amelia e Anna Villani di Carmignano, raccontando una pagina nella quale il lavoro femminile diventa anche rivendicazione.
Il 15 maggio 1896 le donne si radunano a Comeana, attraversano i campi fino a Poggio a Caiano e arrivano a fermare un tram che trasporta la paglia. Hanno paura. Sanno che rischiano l’arresto. E infatti alcune di loro vengono arrestate. Ma la paura non basta a fermarle. La loro protesta viene raccontata come una pagina della storia del lavoro femminile e della progressiva conquista di una maggiore autonomia. Una storia di oltre un secolo fa che, inevitabilmente, guarda anche al presente. Perché il messaggio è netto: “essere lavoratrice non significa essere sottomessa e essere donna non significa dover tacere”.
Quattro storie diverse, ognuna con la sua cifra stilistica, che per mezz’ora a testa hanno trasformato la storia locale in qualcosa di più grande che riguarda tutti. Le botteghe, le panchine, Bacchereto, le fornaci, i poderi, le case, i campi attraversati dalle trecciaiole diventano scenografie, ma soprattutto diventano memoria. E mentre la piazza si riempie di maschere, musica, abiti sartoriali e scenografie, ogni rione consegna al pubblico una domanda diversa. Che cosa resta delle persone che abbiamo amato? Quanto sono importanti le nostre radici? Siamo davvero capaci di vedere chi è diverso da noi? E quanto siamo disposti a lottare per un futuro più giusto?
Forse è proprio qui che l’edizione 2026 trova il suo filo comune: nella storia, anche passata, cercata non per nostalgia ma per capire il presente e immaginare il futuro. (Valentina Cirri)