Sulle tracce di Leonardo, sognando Caterina

Un incontro per ripercorrere le origini di Leonardo da Vinci, sulle tracce della madre sulla cui identità non esistono ancora piene certezze. È quello che si è svolto il pomeriggio del 7 febbraio al nuovo centro didattico polifunzionale di Artimino, grazie all’intervento del professor Carlo Vecce. L’iniziativa, la prima di sei che avranno luogo da febbraio a luglio, fa parte del calendario di “Ad alta voce_Terre narrate”, percorso letterario che esplora il rapporto con la natura e il paesaggio nella letteratura italiana, da Dante a Leonardo fino a Leopardi. La rassegna, curata dall’Associazione degli Italianisti, è promossa dal Comune di Carmignano in collaborazione con la Biblioteca comunale Aldo Palazzeschi di Seano e l’Associazione Parco Museo Quinto Martini di Seano. Tre dei sei appuntamenti sono dedicati a Leonardo, il genio universale che trascorse i primi anni della sua vita sul Montalbano, dividendosi tra Vinci e Bacchereto, il borgo natale della nonna paterna. Vecce, docente di Letteratura italiana all’Università di Napoli “L’Orientale”, ha dedicato alle origini di Leonardo e in particolare alla figura della madre il discusso romanzo “Il sorriso di Caterina” (2023), nel quale sostiene la tesi che la donna che diede alla luce il poliedrico artista fosse una schiava proveniente da un paese orientale.

Un’ipotesi non nuova in realtà, avanzata già da molti anni tra gli altri da Alessandro Vezzosi, storico e critico d’arte che studia da oltre mezzo secolo la genealogia di Leonardo, ma che secondo Vecce avrebbe finalmente trovato una conferma concreta in un documento rinvenuto dal professore all’Archivio di Stato di Firenze. Qui infatti l’accademico ha recentemente scoperto un atto di affrancamento di una donna di nome Caterina, “schlava seu serva de partibus Circassie”, redatto dal notaio ser Piero da Vinci, padre di Leonardo, nel novembre del 1452, ovvero alla fine dell’anno in cui venne al mondo l’artista. Per Vecce la convergenza di questi tre elementi (la madre di Leonardo si chiamava Caterina, il notaio che sancì la liberazione della ragazza dalla condizione servile fu ser Piero, l’anno in cui essa avvenne è lo stesso che vide la nascita di Leonardo) non può essere frutto di semplici coincidenze ma può significare solo una cosa: che la schiava circassa di nome Caterina era la madre di Leonardo da Vinci. Una giovane originaria dell’est dunque, come tante altre che in quel periodo venivano importate in Italia e in altri paesi occidentali. Si trattava in effetti di una prassi piuttosto comune per l’epoca, come dimostra ad esempio il fatto che Cosimo il Vecchio de’ Medici aveva tra la servitù una donna circassa chiamata Maddalena, dalla quale ebbe un figlio di nome Carlo, avviato dal padre alla carriera ecclesiastica.

La rotta lungo la quale si dipanava la tratta degli schiavi orientali partiva spesso dal Caucaso, toccava Costantinopoli e si concludeva solitamente a Venezia, dove di norma avveniva la compravendita. Le donne circasse erano particolarmente apprezzate per la loro bellezza, e di conseguenza molto richieste sul mercato. La maggior parte di esse al momento dell’acquisto veniva ribattezzata con nomi appartenenti alla tradizione occidentale, tra i quali uno dei più utilizzati era proprio Caterina. La Caterina a cui si riferisce l’atto di affrancamento redatto da ser Piero da Vinci era stata acquistata nel capoluogo veneto da Donato di Filippo di Salvestro Nati, un mercante fiorentino che la assegnò poi alla moglie, Ginevra di Antonio Redditi, che la impiegò prevalentemente come balia. Questo è quanto è stato possibile appurare sulla ragazza dai documenti reperiti finora, mentre ciò che precede il suo arrivo nella città lagunare almeno per il momento è avvolto dal mistero. Per ammissione dello stesso autore il fatto che fosse figlia di un principe, che fosse stata rapita, ridotta in cattività e venduta più volte prima di arrivare a Firenze è un’invenzione narrativa, e tutto quello che conosciamo sulla famiglia d’origine è che il padre si chiamava Giacomo o Iacopo (nell’atto di affrancamento si legge infatti “filia Jacobi”).

Resta pertanto ancora in piedi l’ipotesi secondo la quale la madre di Leonardo fosse una ragazza di Vinci, come ad esempio hanno proposto alcuni anni fa Martin Kemp e Giuseppe Pallanti, sostenendo che la donna rispondeva al nome di Caterina di Bartolomeo (detto Meo) Lippi. Tuttavia anche questa teoria manca di prove inconfutabili e non è accettata da tutti gli studiosi. Vecce comunque non esclude che in futuro possano emergere altre sorprese, perché gli archivi sono in gran parte ancora inesplorati e non di rado sono fonti documentarie scarsamente considerate come libri contabili o registri notarili a rivelare le notizie più inattese, come non a caso è accaduto più volte in passato proprio nel caso di Leonardo. Pensiamo ad esempio alle annotazioni del nonno paterno, Antonio, che ha tramandato le circostanze della nascita del nipote in calce ad un quaderno fitto di conti ¹, oppure alla dichiarazione catastale in cui viene menzionata ufficialmente per la prima e unica volta “la Chaterina” come madre del bambino ². E chissà che non sia proprio Carlo Vecce a trovare qualche nuova informazione al riguardo, visto che l’interesse e la passione per Leonardo e Caterina sono diventati quasi un’ossessione e una ragione di vita per lui.

Vecce ha iniziato ad appassionarsi alla figura di Leonardo negli anni della giovinezza, come succede spesso a tanti ragazzi che rimangono affascinati dalla personalità del genio di Vinci, e ha poi approfondito le ricerche sulla sua vita e sui suoi scritti sia negli anni dell’università sia successivamente, in qualità di studioso di letteratura italiana e civiltà del Rinascimento. Ad incuriosirlo, al di là dell’artista, dell’inventore e dello scrittore, era soprattutto l’uomo, che ha cercato di indagare nei codici, chiedendosi ripetutamente da dove fosse scaturita la vivacità intellettuale del genio, che è stato spesso mitizzato e distorto soprattutto dal mondo contemporaneo. Parecchi anni addietro il professore aveva frequentato anche Vinci, Bacchereto e i vari borghi disseminati sui diversi versanti del Montalbano, nel tentativo di comprendere più a fondo il vissuto dell’artista. Delle origini della madre però non si era mai occupato, ben sapendo che non esistevano documenti che la riguardassero. Questo fino a qualche anno fa, quando per ricostruire la biblioteca di Leonardo (un progetto affidatogli dall’Accademia dei Lincei) Vecce è tornato all’Archivio di Stato di Firenze e ha cominciato a studiare i registri notarili di ser Piero, più di venti grandi faldoni scritti in latino giuridico.

Nel primo di essi, sotto la data del 2 novembre 1452, si è imbattuto nell’atto di affrancamento di Caterina, disposto dalla sua proprietaria, monna Ginevra. “Non ci potevo credere – ha detto il professore durante l’incontro tenutosi ad Artimino –: la madre di Leonardo era una schiava, cioè una donna collocata sul gradino più basso della scala sociale, non era italiana ma era una straniera arrivata in Italia chissà come, in quali condizioni, forse in catene… Ma soprattutto non ci potevo credere perché io, pur essendo uno studioso del Rinascimento, non sapevo che nell’Italia dell’epoca, tra lo splendore delle opere di Leonardo, Michelangelo e Raffaello, esisteva la schiavitù. Eppure a Venezia, a Milano, a Firenze, a Napoli c’erano gli schiavi. Soprattutto le schiave. Solo a Firenze c’erano cinque o seicento di queste ragazze che facevano servizio nelle grandi famiglie di allora”. Da lì è partita una nuova avventura, e al saggista è subentrato il romanziere. “Nella mia vita c’è un prima e un dopo Caterina – ha confessato Vecce al pubblico presente in sala –. Quando parlo di lei non riesco ad essere un professore: scendo dalla cattedra e ne parlo come di una presenza reale, come di una persona che un certo giorno mi è apparsa davanti agli occhi e mi ha cambiato letteralmente la vita. Per me è una persona reale, però è anche una persona che è vissuta cinque o sei secoli fa, e quindi appartiene anche alla dimensione del sogno”.

Così, sognando Caterina (che è il titolo che è stato dato al primo appuntamento della rassegna) e immaginando la sua storia Vecce ha scritto il suo primo romanzo, utilizzando i pochi dati storicamente accertati e integrandoli con elementi frutto della fantasia. Tra i primi ne spicca uno particolarmente interessante, e cioè che prima di mettere al mondo Leonardo la ragazza aveva già partorito. Sappiamo infatti grazie ad alcune annotazioni contenute nelle “Ricordanze” di Francesco di Matteo Castellani che Caterina (citata in maniera inequivocabile in relazione ai nomi di Ginevra e Antonio Redditi) nel 1250 venne affittata dallo stesso Castellani per allattare la sua bimba appena nata. Ciò significa che due anni prima della nascita di Leonardo la donna aveva già avuto almeno una gravidanza. Fu quasi sicuramente durante il soggiorno a Palazzo Castellani (che oggi ospita il Museo Galileo) che Caterina conobbe ser Piero e concepì il loro primo e unico figlio. E sempre a Palazzo Castellani ser Piero redasse l’atto di affrancamento della giovane, per volontà di monna Ginevra, che le fece dono della libertà. L’avvenimento venne registrato anche da Francesco Castellani, che lo riportò all’interno delle “Ricordanze”. Il resto della vicenda è noto: Caterina (sempre che si tratti della madre di Leonardo), che nel frattempo si era trasferita nel borgo di Vinci e aveva presumibilmente partorito il bambino ad Anchiano, dopo aver svezzato il piccolo si sposò con il fornaciaio Antonio di Piero Buti, detto l’Accattabriga, con il quale ebbe poi cinque figli e si creò una nuova vita.

Allora, tornando alla domanda che Carlo Vecce si è posto per tanto tempo, chi era veramente Leonardo, se la schiava circassa liberata da monna Ginevra era realmente sua madre? Dopo tanti anni di studi, ricerche e indagini il professore è giunto alla conclusione che “Leonardo era un italiano a metà, che apparteneva a mondi diversi, all’oriente e all’occidente. Era un uomo universale e per tutta la vita fu indubbiamente consapevole di essere diverso, di essere straordinario rispetto agli altri artisti e intellettuali della sua epoca, ma nello stesso tempo non poteva dirlo a nessuno, perché essere figlio di una schiava, anche se affrancata, era un marchio di infamia nella rigida società dell’epoca, quindi Leonardo non ha mai potuto parlare liberamente di Caterina chiamandola madre o mamma, forse anche nei rapporti con il padre o con i familiari, perché Caterina era stata una serva. Se ci pensate bene questa è una condizione profondamente triste, e può essere stata fonte di un trauma che Leonardo si è portato dietro per tutta la vita. Da ricerche recenti sulle origini della genialità risulta sempre un legame con eventi traumatici o con situazioni di disagio che un bambino o un ragazzo si tiene dentro e che (se riesce a superarle) si proiettano o si sublimano poi in forme creative, come aveva già intuìto Freud”.

Caterina, che rese ser Piero padre per la prima volta e generò una delle menti più brillanti dell’umanità, apparteneva ad una classe sociale troppo umile per poter ambire alla mano di un notaio, e dovette accettare un matrimonio di convenienza, all’interno del quale sicuramente l’amore non era contemplato. Del resto in molte unioni del tempo (spesso combinate) i sentimenti erano solitamente sacrificati in nome del tornaconto economico o politico. Ad ogni modo a questa ragazza venuta da lontano, dopo aver sperimentato chissà quante sofferenze, il professor Vecce ha voluto tributare un omaggio dedicandole un libro e facendone l’emblema delle migranti nel mondo. “Quella di Caterina non è una storia del passato ma una storia del presente, che assomiglia a quelle di tante ragazze che affrontano un viaggio su un barcone che molte volte affonda portandole con sé. Così quando si è trattato di scegliere la copertina e l’editore ha iniziato a propormi la Gioconda o uno dei disegni di Leonardo mi sono opposto e ho detto: questa è una storia attuale, voglio una fotografia di una ragazza di oggi e possibilmente di una migrante o di una profuga. Abbiamo passato in rassegna tante fotografie e questa era l’unica in cui c’era l’accenno di un sorriso. In nessuna delle altre le ragazze sorridevano perché erano tutte in fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame. Questa ragazza aveva abbandonato il Daghestan a causa della guerra civile, uno dei tanti conflitti dimenticati della Terra, ma non sappiamo né chi né dove sia. Ma, anche se lei non lo sa, per me ha il volto di Caterina”.

(Barbara Prosperi)

1. In calce ad un libro contabile nel 1452 Antonio da Vinci impresse il ricordo della nascita del suo primo nipote. “Nachue un mio nipote, figliuolo di ser Piero mio figliuolo, a dì 15 d’aprile, in sabato a ore 3 di notte. Ebbe nome Lionardo. Batezzollo prete Piero di Bartolomeo da Vinci, Papino di Nanni Banti, Meo di Tonino, Piero di Malvolto, Nanni di Venzo, Arrigo di Giovanni tedesco, monna Lisa di Domenico di Brettone, monna Antonia di Giuliano, monna Niccolosa del Barna, monna Maria, figliola di Nanni di Venzo, monna Pippa di Previcone”.

2. Nella portata al catasto del 1457 Antonio da Vinci fornì la descrizione del nucleo familiare. “Bocche. Antonio detto, d’anni 85. Monna Lucia mia donna, d’anni 64. Ser Piero mio figliuolo, d’anni 30. Francesco mio figliuolo, stassi in villa e non fa nulla, d’anni 22. Albiera donna di detto ser Piero et mia nuora, d’anni 21. Lionardo figliuolo di detto ser Piero non legiptimo, nato di lui et della Chaterina, al presente donna d’Acchattabriga di Piero del Vaccha da Vinci, d’anni 5”.

Per saperne di più si possono leggere anche i seguenti articoli:
Leonardo bambino, tra Vinci e Bacchereto
Forse araba la mamma di Leonardo?
La madre di Leonardo da Vinci era una schiava circassa?

Post correlati