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La Casa Studio è visitabile solo su prenotazione, per piccoli gruppi.

Telefonare al numero 338.6335362 nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì dalle ore 10.00 alle 17.00.

L’esposizione è aperta solo su prenotazione ai seguenti contatti: 339 5970050 – antichemaiolichebacchereto@gmail.com

Aperto la seconda domenica del mese o su prenotazione ai seguenti contatti: 347 3805234 – 338 9552704 – fram.dimemoria@gmail.com

Dal 1° marzo al 31 ottobre

Lunedì – Venerdì h. 9.30 – 13.30
Sabato, Domenica e festivi h. 9.30 – 13.30 | 15.00 – 18.00
Chiuso il mercoledì.

Dal 1° novembre al 28 febbraio

Sabato, Domenica e festivi h. 9.30 – 13.30 | 14.00 – 16.00
Chiuso nei giorni feriali.
(aperto su prenotazione per gruppi di almeno 15 persone)

 

Giorni di chiusura
1 gennaio | domenica di Pasqua | 1 maggio | 15 agosto | 1° novembre | 25 e 26 dicembre | 31 dicembre (se cade di domenica).

Il museo è aperto solo su prenotazione ai nostri contatti: 0558712468 – info@prolococarmignano.it

I tumuli sono sempre visibili dall’esterno.

Visite guidate gratuite ogni 1° sabato del mese
Ritrovo ore 9.30 presso il Tumulo di Montefortini a Comeana.
La visita proseguirà alla Necropoli di Prato Rosello a Artimino (trasferimento con auto propria) se le condizioni climatiche lo consentono.
Non è richiesta prenotazione.

Sempre visibile,  ingresso gratuito.

Eventi ricorrenti

Oltre a tanti eventi che troverai in calendario, scopri gli eventi ricorrenti che caratterizzano la vita a Carmignano.

Usato, antiquariato, collezionismo e artigianato

Sono due gli appuntamenti mensili con l’antiquariato e l’usato a Carmignano e Seano, a cui a volte si aggiungono altri mercati straordinari durante l’anno.

Ogni prima domenica del mese (agosto escluso):
“L’angolo dell’antiquariato”, mercatino dell’usato, dell’antiquariato e del collezionismo nel capoluogo. Dal 2006 oltre che in piazza le bancarelle sono anche al coperto, nelle ex Cantine Niccolini nel centro di Carmignano. In primavera ed estate il mercatino si svolge invece all’ombra del viale alberato vicino alla chiesa. Dai 30 ai 50 espositori ogni mese.

Ogni seconda domenica del mese (agosto escluso):
“La soffitta in piazza … e la bottega sull’aia” a Seano, altro appuntamento con i mercatini di “roba vecchia”, ma anche con l’artigianato, l’arte e l’ingegno. Circa 200 espositori ogni mese.

Processione di Gesù morto redentore di Comeana

Pochi giorni prima di Pasqua, ma solo ogni tre anni, a Comeana rievocano la morte e crocifissione di Gesù Cristo: una sfilata con tanti personaggi e non senza qualche effetto speciale.

La sera del Giovedì Santo a Comeana, ogni tre anni la centralissima piazza Cesare Battisti si trasforma in un sinedrio e va in scena il processo di Pilato a Gesù Cristo. Una collinetta artificiale viene allestita nel vicino campo sportivo, lampi di luce illuminano il cielo; ed è lì che ha luogo, qualche ora più tardi, la crocifissione.

È la rievocazione della Passione di Gesù Cristo e dei tragici momenti che l’accompagnarono: una tradizione che affonda le sue radici nei Drammi sacri del Medioevo, vere e proprie liturgie nate per una sentita esigenza visiva del popolo. Prima dominava la parte religiosa. Dal secondo dopoguerra e soprattutto con la ripresa della manifestazione nel 1982 ha iniziato a prevalere la parte storica.

Oltre cinquecento sono i figuranti coinvolti, che a piedi o a cavallo sfilano per le vie del paese. E il percorso è rimasto grosso modo lo stesso di un tempo: lungo ed articolato per permettere, almeno in passato, ai vari corpi musicali impegnati nella sfilata di raggiungere le fattorie (che si trovavano tutte fuori del paese), fonte generose di offerte in natura e in denaro.

Per maggiori informazioni 

Foto: Salvatore Berna Nasca

A Comeana la sera del Giovedì santo inizia con un processo, quello che nel Sinedrio duemila anni fa vide protagonista in Palestina Gesù Cristo, e si chiude con la crocifissione, a ricordare quanto secondo la tradizione cristiana accadde sul Golgota. Nel mezzo ci sono sei chilometri di strada, tre ore di processione, altre scene recitate nella centralissima piazza Battisti, decine di cavalli e centinaia e centinaia di figuranti. Accompagnano Gesù in questo percorso Pilato, Caifa, Giuda, Longino e Crocifero e poi un turbine di colori, dal rosso al blu, dal giallo al bianco e al celeste, le donne palestinesi e le donne patrizie: tentativo di rievocazione storica appunto, ma anche fenomeno ancora oggi di indubbia e profonda religiosità, sapientemente organizzato da un comitato di cittadini comeanesi.

Sono antiche le radici della rievocazione che anima ogni tre anni le vie di Comeana: tra le più grandi in Toscana nei numeri, anche se non la più famosa. Più nota è quella di Grassina in provincia di Firenze.

E tante sono anche le curiosità, a cominciare dal giorno in cui si svolge. La processione qui si fa infatti il Giovedì Santo, da sempre, e non il Venerdì.Il motivo? I cori che animavano le processione erano richiesti in altri paesi. Spesso andavano a cantare fuori, si racconta, in altre Via Crucis.Lo facevano per raccogliere fondi per la propria chiesa e a Comeana decisero pertanto di anticipare la rievocazione, fornendo così un doppio servizio alla confraternità.

Foto: Salvatore Berna Nasca

Origini medievali
Non si sa con certezza quando la processione di Comeana abbia avuto inizio, ma le sue origini furono ispirate dalla Confraternità del Santissimo sacramento che è stata fondata nel 1599. Una storia ed una tradizione dunque di diversi secoli. Il nucleo spirituale della manifestazione era costituito dalla presenza di un coro maschile, che cantava il “Miserere” e che si alternava ad un coro femminile che intonava lo “Stabat Mater”. Prevaleva la parte religiosa ed è probabile che nel Settecento la processione ebbe un notevole impulso grazie anche alla predicazione a Prato, nel convento del Palco, di Frate Leonardo da Porto Maurizio, un santo francescano morto nel 1751. Il vescovo Giansenista Scipione de Ricci, vescovo di Pistoia e Prato dal 1780 al 1790, soppresse la confraternità, poi ricostituita dal vescovo Falchi Picchinesi che gli successe. La via crucis, non scomparve, ma assunse forme ancora più solenni.

La processione ricorda i drammi sacri e liturgici che si rappresentavano nel Medioevo sul sagrato delle chiese per spiegare al popolo la vita di Cristo: meglio le immagini che mille parole.

Attorno al Mille nelle piazze dei paesi di tutta Europa di esibiscono buffoni, giocolieri e mangiatori di fuoco. Dentro e intorno alla chiesa, nei momenti salienti dell’anno liturgico, vanno in scena parti dialogate della messa, drammatizzazioni di episodi del Vangelo o delle vite dei Santi: spettacoli all’inizio semplicissimi ed integrati al rito, poi via via sempre più complicati ed autonomi. In Francia li chiamano “mysteres” o “passions”, “autos sacramentales” in Spagna, “geistpiele” in Germania, “miracle plays” in Inghilterra, drammi liturgici in Italia. E la rievocazione storico-religiosa di Comeana, come tante via crucis recitate, ne è un po’ la prosecuzione di quelle tenute nelle altre nazioni europee.

Da processione a rievocazione storica
Si diceva che la parte religiosa era predominante. Dagli anni dell’ultimo dopo guerra e soprattutto dalla ripresa della rievocazione nel 1982, dopo alcuni anni di abbandono, la processione si è arricchita però di nuovi personaggi che hanno fatto sì che la parte storica oggi prevalga. Il gran numero di figuranti, mai meno di cinquecento, rende di per se suggestiva la sfilata e le scene recitate della passione di Cristo – il processo, le cadute e da ultimo la crocifissione – non mancano di coinvolgere emotivamente gli spettatori. Celebri sono diventati alcuni figuranti, che rivestono i ruoli più caratteristici e recitano durante la sfilata alcune frasi ad effetto. Una su tutte è cara ai comeanesi ed è quella pronunciata da Caifa, il sommo sacerdote che rivolgendosi al Sinedrio diceva: “L’avete trovato? (riferendosi a Gesù) e dil sinedrio rispondeva in coro “No, lo troveremo!”. Una frase rimasta nella memoria e tramandata oralmente di generazione in generazione, diventando parte della storia della processione.

La Sperduta e l’Angiolino

Ci sono alcuni personaggi che difficilmente troverete altrove, in altre vie crucis. Ed anche questa è una particolarità delle processione di Comeana. Della “Sperduta tra i cavalli” non si fa menzione nei testi della Passione, così come tutto comeanese è l’Angiolino sopra l’asinello. Sono vere e proprie ‘invenzioni’ che oramai sono diventate parte della tradizione del paese. La Sperduta, che nella sfilata segue alle donne romane, tra i legionari e le insegne dell’impero, rappresenta per l’interpretazione popolare l’anima inquieta. L’Angiolino invece, che fa il suo ingresso in piazza con la Samaritana, l’apostolo GIacomo ed il primo gruppo di donne ebraiche, rappresenta la “rinascita dell’uomo” ed è un po’ anche il simbolo della visione più dolce della processione e di tutti i bambini presenti nel corteo, che portano i simboli della Passione.

Curiosa è anche la storia del lungo percorso della sfilata, che pare avesse a che fare con la ricompensa per le bande e i corpi musicali che intervenivano. Perchè il serpentone della processione potesse allungarsi in tutta la sua lunghezza occorrevano sicuramente grandi spazi, ma si narra che l’esigenza di allungare il percorso nascesse anche dall’esigenza di raggiungere le fattorie, generose dispensatrici di vino che i musicisti, invitati o no, richiedevano come ricompensa.

Tracce indelebili di religiosità

La processione rappresenta per i comeanesi un forte momento di religiosità e anche la voglia di tutti di contribuire alla realizzazione della rievocazione storica della Passione e Morte di Gesù. La passione è l’elemento cardine che è rimasto costante nel tempo e nella vita del paese di Comeana, tanto da spingere altri comeanesi a tracciare con forme indelebili il loro passaggio nella religiosità del paese. E Comeana, nata come terra della pietra, quella pietra serena che veniva scavata fino a pochi anni fa dalle cave della Gonfolina, sopra l’Arno e l’Ombrone, non poteva utilizzare altro materiale per lasciare questa impronta.

La prima traccia è rappresentata dal portale dell’oratorio della Compagnia della Chiesa di San Michele a Comeana, in cui compare la seguente iscrizione “SS Eucharestiae Sacramenti Confraternitas A.D. MDCCLVI”. Nel 1753 i fratelli della Confraternità del Santissimo Sacramento avevano infatti raggiunto l’accordo con il parroco per poter ampliare la loro sede, che permetteva di edificare una nuova sacrestia in cambio della vecchia e di una parte del cimitero. La Confraternità del Santissimo Sacramento fu protagonista della vita dei comeanesi e di Comeana per duecento anni, fornendo una base religiosa ed anche un primo esempio di volontariato. iniziata a formarsi attorno al 1590, decise immediatamente di dotarsi di un proprio oratorio per le adunanze dei fratelli, spinta dalla situazione alquanto angusta in cui si trovava la Chiesa Parrocchiale di Comeana, già occupata da un’altra confraternità: quella del Santissimo Rosario. L’obiettivo fu raggiunto in nove anni, tanto che il 19 dicembre del 1599 la Confraternità si dotò di uno statuto che riepilogava le sue norme comportamentali. Il primo capitolo riferisce che i fratelli dovevano vestire con una veste di lino bianca cinta da un cordiglio, mentre il capitolo V specifica che i fratelli dovevano farsi completo carico di qualsiasi riparazione della nuova struttura. Nei rimanenti capitoli si parla dello svolgimento delle funzioni religiose, in cui si narra le funzioni previste per il giovedì ed il venerdì Santo. Intorno alla metà del 1700, nonostante che nelle visite pastorali non fosse mai stata sollevata alcuna critica, i confratelli decisero di rimodellare la struttura rendendola maggiormente vicina al gusto del tempo e nel momento di massima espansione duecento erano i confratelli e centocinquanta le consorelle iscritte. Nella visita pastorale del 1778 la compagnia la compagnia è definita:“modernissima, in volta, assai bella, messa a stucchi, e più grande della chiesa. L’altare è alla romana, di pietra lavorato con molta finezza”. Negli anni successivi viene acquistato dalle monarche di Santa Caterina e San Sebastiano a Pistoia un organo con cantorio in legno, che viene donato alla compagnia e posizionato nella controfacciata.
Nel 1784, dopo la soppressione della Confraternità, fu deciso di trasferirvi la chiesa parrocchiale, quella che adesso è l’attuale Chiesa di San Michele a Comeana.

La seconda traccia in pietra sulla facciata della chiesa è rappresentata dallo stemma della famiglia Mazzinghi, sormontato dalla corona e con un particolare mascherone nella parte inferiore. I Mazzinghi, tra le famiglie protagoniste a Carmignano, porta il suo patronato sulla chiesa si San Michele fin dal secolo XI. Secondo il Verino i Mazzinghi arrivarono in Toscana a seguito di Ottone di Germania e rimasero il Italia abitando a Pistoia. Un loro antichissimo stanziamento fu presente nella piana di Campi, dove ebbero residenze fortificate munite di torre e riscossero il rispetto dei fiorentini e pistoiesi. Molto probabilmente tramite il possesso di questa terra di mezzo e grazie alle loro fortificazioni, riuscirono a respingere gli assalti dei pistoiesi, riscuotendo così un diritto di rappresaglia che fu concretizzato nella presa di possesso di una terra alle pendici del Montalbano, Comeana appunto. Su due pietre della facciata della chiesa c’è un nome, Ugolino di Iacopo Mazzinghi, ed una data, 1576. Il legame è ancora in parte avvolto nel mistero, ma conferma sicuramente che anche i Mazzinghi furono importanti e presenti nella religiosità comeanese.

Testi di Walter Fortini e Niccolò Fanfani, tratto dall’opuscolo realizzato per l’edizione 2006 della festa.

Dagli l'anda

Passeggiata ludico-motoria alla scoperta dei paesaggi unici di Carmignano tra boschi, vigneti, olivi secolari e corsi d’acqua.

Due percorsi: uno breve adatto a tutti ed uno lungo con difficoltà media.

Lungo i percorsi troverete cartelli informativi con nozioni di carattere storico e curiosità del territorio.

Pacco gara con t-shirt, borraccia in alluminio e sacca.

Punti ristoro lungo il percorso ed alla fine pasta party con il meraviglioso panorama della Rocca.

Nel periodo di apertura delle iscrizioni, si potranno effettuare a questo link.

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Festa in onore della Madonna della Pietà di Bacchereto

Festa Quinquennale in onore della Madonna della Pietà, popolarmente chiamata e conosciuta anche come Festa Grossa. Per dodici giorni, dal 21 maggio al 1° giugno, il piccolo borgo mediceo tornerà ad animarsi grazie ad un ricco programma di eventi che fondono fede, musica e teatro, ma ci sarà spazio anche per la gastronomia e il tradizionale spettacolo pirotecnico, che concluderà i festeggiamenti. Il momento culminante della manifestazione sarà la processione storica che attraverserà le vie del paese il pomeriggio dell’ultimo giorno, domenica 1° giugno, solennità dell’Ascensione di Cristo, quando un corteo formato da circa centocinquanta figuranti in costume accompagnerà il carro con la statua della Madonna.

L’antico manufatto, un gruppo scultoreo in terracotta policroma che raffigura Maria con in grembo il corpo senza vita di Gesù, risale presumibilmente al Cinquecento ed è da secoli al centro di una lunga, profonda e sentita devozione. Si racconta che esso fu rinvenuto in una data imprecisata da un contadino del posto, mentre stava effettuando lo scasso di una vigna. In seguito a questo fortuito ritrovamento l’opera, rimasta intatta sotto terra all’interno di una edicola in mattoni, venne trasferita dentro la chiesa, sopra uno degli altari laterali. La prima citazione è del 1628, ma si ignora in quale anno siano cominciate le celebrazioni in suo omaggio. Certo è che essa è venerata in maniera particolare almeno dal XIX secolo, quando la si invocò a protezione di epidemie e terremoti quali ad esempio le pestilenze del 1815 e del 1853 e il sisma del 1895.

Il 18 maggio del 1885 un violento incendio avviluppò la pieve di Santa Maria Assunta, che ha sede nel vecchio castello di Bacchereto, e in quell’occasione la scultura riportò gravi danni, finendo in frantumi ma riuscendo a salvarsi dalle fiamme; ricomposta in modo approssimativo, nel 2007 è poi stata oggetto di un intervento che ha consentito di recuperarne l’aspetto originario, per merito del Comitato Festa Grossa, promotore del restauro. Il Novecento esordì con altri avvenimenti drammatici, come il primo conflitto mondiale e l’influenza spagnola, concentrati negli anni 1915-1920, durante i quali si rinnovarono le richieste di aiuto alla Madonna della Pietà. La popolazione locale in effetti non registrò perdite rilevanti, e così per ringraziare la Vergine della sua benevolenza nel 1920 le fu dedicata una grande festa.

Per molto tempo si è creduto che quella sia stata la prima edizione della Festa Grossa, tuttavia di recente è stato appurato e chiarito che in realtà si è semplicemente trattato della prima registrazione della manifestazione presso la Curia di Pistoia, e che le celebrazioni sono iniziate in anni assai più remoti, sicuramente antecedenti l’incendio del 1885.

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Le notti del vino (prima "Calici di stelle")

Ad agosto si possono gustare i vini di Carmignano, nella notte delle stelle cadenti, nei giardini di olivi della Rocca di Carmignano. La festa si svolge in due o tre serate, una delle quali è sempre il 10 agosto. Ci sono i vini, stuzzichini e piatti preparati dai ristoratori e pasticceri di Carmignano, ma anche musica, mostre d’arte, laboratori per bambini, telescopi per osservare le stelle e un panorama mozzafiato.
 

Dal 2000 la Pro Loco organizza nella suggestiva e maestosa antica Rocca medievale, che sovrasta tutt’oggi il borgo di meno di duemila anime del capoluogo, la celebrazione del vino: una grande festa in contemporanea in tutta Europa, a cui un po’ tutte le città del vino aderiscono. E Carmignano, la più piccola Docg d’Italia e la quarta in ordine di tempo istituita nel 1990 in Toscana, è una di queste.

È un’occasione suggestiva per assaggiare il corposo ed elegante “Carmignano rosso DOCG” (prodotto principe di queste colline), il più giovane “Barco Reale DOC”, che ricorda nel nome la grande riserva di caccia che i Medici vollero erigere da queste parti, il fresco Vin Ruspo DOC e l’amabile Vin Santo che nell’anno del Giubileo papa Woityla ha usato nella sua cappella privata. Assieme al vino salumi, formaggi, ma anche i celebri cantuccini, ciambelle, dolciumi vari e i piatti preparati da alcuni ristoratori del posto.

La degustazione si svolge di fronte e sotto quella torre campanaria che un tempo non troppo lontano scandiva con i suoi rintocchi la vita nelle campagne circostanti. In mezzo agli olivi si alternano poi spettacoli di musica, laboratori per bambini, mostre d’arte ed astrofili illustrano stelle e costellazioni dalla “culla”, luogo un tempo riservato alle vedette. Già nel 2001 in più di mille hanno varcato la porta dell’antico castello, fino ad arrivare a più di 6000 nel 2018 e 2019.

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Festa del Crocifisso di Seano

La festa, che si celebra in prossimità dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre), nasce per rendere omaggio al Crocifisso ligneo collocato alle spalle dell’altar maggiore della chiesa di San Pietro, da sempre oggetto di una spiccata devozione popolare. Per lungo tempo si è ritenuto che la scultura, un pregevole manufatto ricavato da un blocco di pioppo, sia stata realizzata nella prima metà del Quattrocento, forse ad opera di Francesco di Valdambrino, mentre di recente è stata avanzata l’ipotesi che la sua esecuzione risalga addirittura alla seconda metà del Trecento, e che ad intagliarla sia stato Nino Pisano.

Questa nuova proposta attributiva è frutto degli studi di Maria Giulia Spada, una ragazza di Seano che proprio sul Santissimo Crocifisso nel 2012 ha discusso la sua tesi di laurea in Storia dell’Arte, dalla quale è poi scaturito il restauro della scultura, effettuato tra il 2016 e il 2017 dalle mani sapienti di Francesca Spagnoli. L’intervento della Spagnoli, che si è occupata del consolidamento e della pulitura della statua, ha riportato alla luce la pellicola pittorica originaria del Cristo e tra le altre cose, grazie alle indagini diagnostiche condotte sul Crocifisso, ha rivelato che esso non era stato scolpito in un tronco di fico, come invece asseriva la tradizione.

Una vecchia leggenda che la gente del posto ha tramandato oralmente di generazione in generazione attraverso i secoli afferma invece che la scultura era inizialmente destinata alla chiesa di Bacchereto, e che il carro che la trasportava fu costretto a compiere una sosta a Seano per ripararla dalla pioggia che in quel punto aveva iniziato a cadere in maniera torrenziale. La statua venne alloggiata dove oggi sorge la Compagnia di San Rocco in attesa che tornasse il sereno, ma ogni volta che sembrava giunto il momento di rimettersi in viaggio la pioggia riprendeva a cadere copiosamente. Questo singolare avvenimento fu interpretato come un segno della volontà divina, e così il Crocifisso si fermò per sempre in paese.

È impossibile stabilire se il racconto contenga degli elementi di verità o se sia nato interamente dalla fantasia, oppure se come spesso succede con questo tipo di storie intrecci gli uni con l’altra, ma di certo sappiamo che la comunità parrocchiale di Seano ha espresso fin da tempi molto lontani una profonda venerazione per il suo Cristo in Croce, dedicandogli una festa che ogni cinque anni culmina con la grande processione storica che schiera 250 figuranti in costume.

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Festa di San Michele

Il teatro in strada e in piazza è protagonista alla fine di settembre: tre giorni in cui i quattro rioni del capoluogo e delle frazioni più vicine si danno battaglia per strada e nella piazza principale del paese con carri allegorici che diventano scenografie per storie ogni anno diverse e centinaia di figuranti. È la festa di San Michele. Al termine delle due ore di spettacolo un rocambolesco palio dei ciuchi.

I colori bianco, celeste, giallo e verde dei rioni, i quattro giri di due piazze ed una via (a rotta di collo) su altrettanti ronzini cavalcati a pelo – diventati due, con staffetta, dal 2011 – ma soprattutto la meraviglia che i carri e la maestria di registi, coreografi e scenografi (che nella vita fanno tutt’altro) suscitano ogni anno nelle migliaia di spettatori che si assiepano attorno alla centralissima piazza Vittorio Emanuele II. E che si chiedono: “Come può tutto ciò avvenire in una paese così piccolo?”

Settembre a Carmignano vuol dire palio dei ciuchi e festa di San Michele, che è poi una grande festa di autentico e puro teatro in strada. Due ore di spettacolo filato. Teatro di attori solo tre giorni l’anno, ma perfetto e dal grande impatto scenico. Teatro che non è solo rievocazione e non stinge nella nostalgia, costretto da un regolamento a parlare di Carmignano ma che punge, si sofferma talvolta sulle contraddizioni del mondo in cui viviamo e guarda anche il presente, affrontando anche temi tosti.

La spumeggiante manifestazione, capace ancora oggi di incendiare gli animi di un paese intero, fu ideata tra il 1931 e il 1932. La presenza del capitano del popolo, i costumi dei valletti e la stessa prosa rimanda al Medioevo. Ma quella del periodo del Fascio fu sicuramente un’invenzione, anche se il culto di San Michele, arcangelo dalla spada roteante debellatore di demoni, esisteva a Carmignano da secoli e risale alle popolazioni longobarde stabilitesi in tempi antichi nel Castello. Anche allora in molti giungevano a Carmignano dal contado circostante: ma diversi erano i giochi e diversa la festa, nata come gesto di rivalsa nei confronti dei dominatori pistoiesi . In quella ripresa degli anni Trenta le autorità dell’epoca, nell’intento di indirizzare verso usi comuni i diversi paesi del territorio, tentarono anche di coinvolgere le altre frazioni.

Nella sfilata di carri allegorici, assai meno elaborata di adesso, Carmignano gareggiava quindi unita, anziché divisa in quattro rioni. Ma l’esperimento, più imposto che sentito, ebbe seguito solo per un paio di edizioni. Peraltro Poggio a Caiano, allora parte di Carmignano, disertò sempre la festa; e solo Comeana e Seano vi parteciparono.

Le contrade che ancora oggi sopravvivono furono istituite nel 1934. Tra i colori fu accuratamente evitato il rosso, mentre fu concesso ai verdi di inserire nel loro stemma un’incudine e martello. La festa si svolgeva comunque nel solo giorno consacrato al santo, il 29 settembre, così come in un solo giorno (fino a tutti gli anni Cinquanta) e peraltro di pomeriggio si teneva il Palio. Anche il percorso era diverso. Si disputava difatti lungo la strada che da Torcicoda sale fino al palazzo comunale, dove era l’arrivo ed il cerchio da forare.Ma i ciuchi, riottosi e non certo addestrati come oggi quasi al pari di cavalli, erano gli stessi usati dai contadini nel lavoro nei campi. Scalciavano, si impuntavano e capitava non di rado che avvezzi oramai al tran tran quotidiano imboccassero la via che scendeva al mulino del paese, andando a sbattere contro la folla che era assiepata ai margini della strada. O magari svoltavano per i”Renacci”, in mezzo alle risate di tutti.

Visita il sito ufficiale della festa, www.festadisanmichele.it

Antica Fiera di Carmignano

A dicembre, nei giorni prima e dopo il primo martedì del mese, arriva “Dicembre con gusto”, una rivisitazione dell’antica fiera, Carmignano paese diventa una grande tavola imbandita con i prodotti tipici del Montalbano, della Provincia di Prato ed a volte anche oltre.

Un tempo era un grande mercato agricolo, oggi è una viva festa di piazza e una grande tavola imbandita con tante curiosità ed un po’ di amarcord. La Fiera ai primi di dicembre era il momento durante l’anno in cui anche i mezzadri con minori possibilità economiche, donne e uomini che fossero, compravano qualcosa di non strettamente necessario. Un ombrello, un paio di pantaloni, una giacchetta: una frusta nuova per il cavallo o il “Superiride” per ritingere i vestiti. “Era il giorno più bello dell’anno” ricorda ancora oggi qualche vecchio carmignanese. E alla Fiera c’era davvero di tutto.

Si potevano acquistare i maialini da allevare, si vendevano i particolari fichi secchi di Carmignano (che alla festa, per un certo periodo, hanno dato anche il nome). Ma non sempre i fichi secchi c’erano. Sulla piazza i prezzi erano bassi e si preferiva venderli allora ai negozianti fiorentini, nei giorni precedenti (quando non prendevano addirittura la via d’oltreoceano). Nel 1913 la Fiera fu addirittura quasi fatta senza fichi. I pochi trattati vennero venduti tra le 2 lire e 40 centesimi e le 3 lire e 70 al chilo. Nel 1917 andò ancora peggio. Per via del calmiere i prezzi scesero ad 1 lira e 72 centesimi. Qualche fico fu venduto a Firenze. Per gli altri i carmignanesi, riferiva al sindaco l’incaricato del peso pubblico, pensarono bene che fosse meglio tenerseli per mangiare anziché “comprare altra roba, giacché tutto era più caro”.

Per la Fiera comunque le strade si riempivano di venditori ambulanti. Qualche giorno prima le botteghe si approvvigionavano di mercanzie: sale di soda, segatura, caramelle, cinabrese, spazzole, granate e funi. Babbo Natale ancora non passava e la Fiera, per bambini e ragazzi, voleva dire una piccola somma da spendere in dolci e giocattoli.

La sera prima della festa, raccontano i più anziani del paese, nella bottega dell’Armida si cominciava a “castrare” le castagne per vendere le bruciate e a bollire la verdura per fare le “palline di erbi”. Il Bellini aveva una drogheria e non faceva ancora i celebri e blasonati biscotti da assaporare con o senza il vin Santo.

Ma perché l’Antica Fiera di Carmignano era intitolata a Sant’Andrea, se per tradizione il giorno di festa è il primo martedì di dicembre? Il mistero è presto chiarito. La data ad un certo punto fu cambiata: pare per la concomitanza con altre fiere di comuni vicini. Almeno fino al 1833 la festa di Carmignano aveva infatti luogo il 30 novembre, giorno appunto di Sant’Andrea. Così ricorda anche il Repetti, accademico dei Georgofili, nel suo dizionario geografico fisico e storico della Toscana. La più antica citazione della festa è comunque del 1392 e la troviamo in uno statuto comunale, che prevedeva una sorta di mercato nei pressi del municipio che allora sorgeva all’interno della cerchia muraria della Rocca. Tuttavia il massimo fulgore della rassegna fu raggiunto nel diciottesimo secolo. Non a caso il 23 novembre 1704 fu stabilito che l’Antica Fiera durasse tre giorni, tanta era oramai la notorietà acquisita e la fama che per vino, olio e fichi secchi Carmignano aveva assunto. Perfino da Prato ci si muoveva con grande interesse ed attrazione. Ne da testimonianza nel 1721 il conte Giuseppe Maria Casotti nel suo “Lunario Storico Pratese”. Scriveva al 30 novembre: “In questo giorno concorrono molti pratesi a Carmignano, dove è la Fiera…”.

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