Ci sono tradizioni che non svaniscono, anche quando il tempo sembra metterle alla prova. Restano lì, custodite nella memoria e nei gesti di un’intera comunità.
È da questo senso di appartenenza che domenica 29 marzo dalle 17 la processione di Gesù morto e redentore ripartirà, dopo otto lunghi anni di fermo e di attesa.
Dal 2018, ultima volta in cui il paese si era raccolto intorno a questa rappresentazione, sono accaduti eventi impensabili: prima la pandemia ha svuotato le piazze e vietato le manifestazioni pubbliche, poi ci sono stati problemi tecnici e burocratici che hanno generato rallentamenti. Ed infine la pioggia incessante dello scorso 13 aprile, giorno in cui era stato previsto il ritorno della processione, ha costretto all’ennesimo slittamento all’anno successivo.
Eppure, ciò che davvero conta non si è mai fermato: la passione. La passione che in questa processione viene raccontata e al tempo stesso la tiene viva.
Così, per un pomeriggio, le vie di Comeana e la piazza Cesare Battisti si trasformeranno in un uno scenario senza tempo dove saranno rappresentate le scene peculiari della passione e morte di Gesù. Dal processo che portò alla scelta di Barabba, fino ai momenti più intensi e dolorosi, come l’incontro con la Veronica e le tre cadute lungo il cammino.
A dare corpo e anima a tutto questo saranno i figuranti che, con dedizione e partecipazione, renderanno questo evento come qualcosa di profondamente autentico. Tra loro ritroveremo i personaggi singoli e noti – la Veronica, le tre Marie, Giacomo e Giovanni, la Samaritana, Ponzio Pilato e Donna Claudia – insieme a tanti altri che arricchiranno la scena.
A rendere ancora più suggestiva l’atmosfera saranno i costumi, cuciti con cura e passione dalle sarte di Comeana, e le scenografie vive, fatte di pariglie di cavalli e di altri animali.
“Abbiamo voluto riportare questa tradizione in piazza – ha raccontato Gabriele Borsacchi, presidente del comitato organizzatore – e per farlo ci sono voluti tre anni di lavoro, iniziati nel settembre 2023. Nonostante le difficoltà, e anche la pioggia dello scorso anno, non ci siamo mai fermati. Oggi siamo qui per rivivere la manifestazione più importante del nostro paese e per mantenere accesa quella fiamma che ci è stata tramandata”.
Dietro questo ritorno c’è il lavoro silenzioso di circa quindici volontari, molti dei quali già protagonisti delle prime edizioni. Persone che, con impegno e amore, hanno dedicato tempo ed energie per restituire alla comunità qualcosa che va oltre un semplice evento.
E la risposta del paese non si è fatta attendere: una partecipazione ampia, sentita, che racconta quanto questa tradizione sia ancora viva. “Oltre quattrocento figuranti — prosegue Borsacchi — trecentosettanta della parte storica, cinquanta di quella sacra e ventiquattro singoli sono per noi una grande soddisfazione”.
Quest’anno porta con sé anche importanti novità. Per la prima volta, la processione si svolgerà nel pomeriggio della domenica delle Palme, momento che segna l’inizio della Settimana Santa: una scelta che rafforza il legame tra rappresentazione e significato spirituale.
Anche il percorso cambierà, diventando più raccolto ma altrettanto intenso: un cammino che partirà dalla chiesa e attraverserà il cuore del paese per condurre, infine, al sito etrusco di Montefortini. Qui, in una scenografia dal forte potere evocativo ed immersa tra gli olivi, a richiamare il Golgota, sarà rappresentata la crocifissione.
“Il finale sarà molto forte, grazie al ricorso ad effetti scenici e alla teatralità”, ha proseguito Borsacchi.
La teatralità di questa festa affonda le sue radici in tempi lontani, quando durante il Medioevo, sul sagrato delle chiese in tutta Europa venivano rappresentate scene della vita di Gesù, oppure episodi tratti dal Vangelo o dalle vite dei Santi, veri e propri drammi che inizialmente erano parte del rito liturgico e poi assunsero una forma sempre più autonoma e svincolata rispetto alla funzione religiosa.
La processione di Comeana continua quindi idealmente questa tradizione diffusa come una grande via crucis recitata, ispirata alla fine del Cinquecento dalla Confraternitá del Santissimo Sacramento, con due parti cantate affidate ad un coro maschile che cantava il “Miserere” e ad un coro femminile che cantava lo “Stabat Mater”. Nel Settecento la via crucis ebbe un notevole impulso grazie alla predicazione che veniva fatta a Prato e dopo la soppressione della Confraternitá non scomparve ma anzi assunse forme ancora più solenni. Fino ad arrivare ai giorni nostri con una breve interruzione e la ripartenza dal 1982.
Il significato più autentico di questo evento risiede proprio nell’essere un ponte tra passato e presente.
“Ogni volta che apriamo gli armadi della compagnia e tiriamo fuori i costumi – ha concluso Borsacchi – è come se facessimo rivivere anche chi ci ha preceduto: i nostri nonni, i nostri genitori. È un modo per tenerli ancora con noi, attraverso questa tradizione”.
E così, dopo anni di attesa, Comeana si prepara non solo a rivedere un racconto corale, ma a ritrovare un senso intimo di identità e di appartenenza che lega tra loro le generazioni.
(Valentina Cirri – la foto di scena è stata scattata in occasione dell’edizione del 2018 e gentilmente concessa da Foto Berna di Comeana).