Lo spedale di Carmignano mai terminato
A ragionar da carmignanese, sarebbe la storia e il personaggio perfetto per una sfilata del San Michele. E chissà che non possa accadere qualche volta a settembre. Non sarebbe del resto la prima volta che la gara di teatro di piazza tra le quattro contrade, che ogni anno anima e sconvolge il paese, si presta a raccontare (e svelare) fatti poco noti della storia di Carmignano. E di frate Anastasio Bocci, al secolo Angelo, e della sua ‘avventura’ all’inizio del secolo scorso in effetti ben in pochi sanno o si ricordano in paese. Una pagina, misteriosamente, quasi del tutto dimenticata.
C’era una volta un ospedale a Carmignano. Lo costruì un frate dotto ma dalle umili origini che aveva scritto diversi libri, un frate malaticcio, classe 1836, dall’animo comunque fermo e risoluto. O meglio ci sarebbe potuto essere quell’ospedale, perché l’edificio “capace almeno di sessanta letti” sotto una curva a gomito sulla strada che da Carmignano porta a Santa Cristina a Mezzana, dove il frate era cresciuto prima di chiudersi in seminario, lungo quel ripido vicolo che si allunga nella valle sottostante che è ancora oggi via degli Asinai – una costruzione imponente, più grande anche delle ville dei nobili sulle colline circostanti -, fu sì terminato dopo lunghe traversie nell’autunno del 1906, tre anni e mezzo dopo l’apertura del cantiere, ma un ospedale non ospitò mai. Mancarono i soldi per completare la struttura, per la quale il frate, che si era offerto di edificare e donare al municipio l’ospedale in cambio del terreno e del riconoscimento del carattere di pubblica utilità dell’opera, si era indebitato oltre misura. Mancò dopo lungo temporeggiare l’appoggio del Comune e dei suoi consiglieri ed amministratori possidenti, che pure per primi, il 26 settembre del 1900, appena due mesi dopo il tragico attentato a re Umberto I, avevano lanciato l’idea (e stanziato una piccola somma in bilancio) per costruire un ospedale ed intitolarlo al monarca scomparso: quasi a volersi lavare la vergogna per il regicidio commesso da un conterraneo pratese.
Tutto finì in una bolla di sapone, pedina sacrificata nello scontro tra clericali e anticlericali che studiavano vicendevolmente e con sospetto le mosse altrui, vaso di coccio nelle dispute tra ‘ricciani’ e ‘niccoliniani’ ovvero tra le fazioni di nobili che all’epoca si alternavano alla guida del Comune, vittima di interessi più semplicemente privati e sogno incompreso di un parroco certo spigoloso e fiero ma “amico del popolo”, animato da un ideale cristiano della giustizia sociale e precursore della moderna sussidiarietà. A raccontarci la sua avventura e colmare un vuoto nella memoria del paese ci hanno pensato due libri pubblicati alla fine del 2008. Il primo l’ha scritto Silvano Gelli, ex sindaco di Poggio a Caiano con la passione della storia locale, non nuovo alla scrittura (Corpo infermo e anima di ferro, Attucci Editrice). Il secondo, che del frate ricorda più che altro la biografia e il percorso spirituale, è opera del giornalista di Seano Nicola Gori (L’amico del popolo, Libreria Editrice Vaticana).
Tutto ebbe inizio nel 1901. Fu allora che il frate si fece avanti la prima volta con la sua proposta. E la giunta e il consiglio comunale accettarono entusiasti l’offerta. Ma fu un fuoco di paglia e il reverendo aveva sottovalutato la difficoltà dell’opera: prima la sofferta acquisizione del terreno, di proprietà del Verzani, poi i benefattori difficili a trovare e i costi di costruzione che continuavano invece a crescere. Quello economico si dimostrò – e non poteva essere altrimenti – il chiodo fisso del frate. Fino alla sua morte, nel 1908. Le tentò davvero tutte. Provò a spronare la popolazione del posto, stampando lettere ed appelli, pubblicando in modo furbesco anche il carteggio con il Comune. Provò a cercare mecenati lontano. Tentò di coinvolgere i medici, disponibile pur di ultimare l’opera a confinare lo spedale dei poveri e diseredati in un padiglione per far spazio, diremmo oggi, ad una clinica privata di lusso con “venti camere a pagamento, famosi professori per le operazioni chirurgiche, un servizio telefonico e un’automobile per il trasporto dei malati da Signa e da Poggio a Caiano”. Almeno per vent’anni, quando i medici sarebbero usciti dalla società. E senza accettare in quel periodo cittadini colpiti da malattie infettive, per non far fuggire i ricchi facoltosi.
Ma alla fine, dopo tre anni di cantiere e la festa che seguì alla copertura dell’edificio, si dovette arrendere. E quell’ospedale “moderno e modello”, come raccontava nel 1904 ai cronisti dell’epoca il dottor Antonio Dotti, dove si poteva respirare “aria salubre, ben organizzato e in buona posizione”, una specie di mito per la povera gente di campagna – un letto pulito e pasti caldi due o tre volte al giorno, vicino a casa – rimase solo un sogno.
30 mila lire l’anno di spesa sanitaria – Spedale a Carmignano: l’antefatto e l’epilogo
Il 26 settembre 1900, nemmeno due mesi dopo l’attentato di Monza al re d’Italia, il consiglio comunale di Carmignano decideva di stanziare la somma di “lire 500 per cinque anni e successivamente di lire 1000 ogni anno per la costruzione dello Spedale Umberto I”. Non era la prima volta che l’idea di costruire un ospedale si era affacciata nel comune di Carmignano. I due precedenti progetti si era infranti contro insuperabili difficoltà economiche e logistiche. Ed allora perché insistere su quella strada ? Forse, maliziosamente, si potrebbe pensare che si cercò di sfruttare l’ “effetto annuncio”: una promessa, la cui mancata realizzazione, sarebbe ricaduta in ogni caso sugli amministratori futuri.
Ci si divideva certo tra chi era favorevole al decentramento dei servizi in periferia e chi li preferiva centralizzati ma più attrezzati, nelle grandi città. Ma è anche vero che esisteva una drammatica situazione sanitaria all’epoca. Da alcuni anni era stata messa a carico dei Comuni la spesa dei ricoveri per i cittadini poveri e bisognosi. Le carestie (e la cattiva alimentazione) avevano fatto crescere i ricoveri e negli ultimi anni dell’Ottocento il debito maturato dal Comune con tanti ospedali del circondario e, prima fra tutti, con l’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze (253 ricoveri per 7.366 giornate di cura ancora nel 1900) aveva raggiunto livelli impressionanti: quasi il 10% della spesa totale, una zavorra che rendeva impossibile quasi ogni altro investimento.
Costruire un ospedale, ancorché impresa difficile, sembrava dunque l’unico modo per mettere sotto controllo la spesa: magari anche con qualche entrata da parte dei comuni vicini privi di ospedali, nel caso avessero ricoverato qui i loro concittadini. Scelta saggia e quasi obbligata, si direbbe. Carmignano, che all’inizio del Novecento contava 13 mila abitanti, spendeva infatti 18 mila lire l’anno per la “spedalità” dei poveri. Altre 10 mila lire venivano pagate in proprio dai cittadini abbienti e seimila sborsate dai parenti in visita. Una partita da oltre 30 mila lire l’anno, per un ospedale che poteva costarne attorno alle 100.000.
I comuni di Signa e Lastra Signa si erano detti favorevoli ad una gestione consortile e intercomunale. Per ultimare la copertura dell’edificio, che valeva a giudizio delle banche almeno novanta mila lire, il frate aveva accumulato un debito di quaranta mila lire. Per ripianare il deficit e rendere la struttura operativa ne servivano settanta mila. Ma anche alle ultime offerte del frate – una garanzia finanziaria per un ulteriore mutuo e poi la cessione dell’immobile – il Comune rispose no. E il 15 maggio 1907, sette mesi dopo la festa per l’ultimazione dell’edificio, il sogno di un ospedale a Carmignano si infranse. Definitivamente.
Testi di Walter Fortini