Ai ragazzi di oggi, abituati al benessere e alle comodità che offre loro il mondo moderno, sembrerà forse incredibile, eppure c’è stato un tempo in cui i bambini andavano a scuola scalzi o con gli zoccoli di legno, portando in mano o sulle spalle cartelle di legno o di cartone, che non lasciavano spazio alla funzionalità e all’estetica, ma miravano all’essenziale con mezzi economici e spartani, quelli propri della civiltà contadina e di una società che doveva spesso confrontarsi con la povertà, le carestie e le guerre. Di quel tempo ha scritto più volte una nostra concittadina, narrando in maniera semplice ed efficace le sue esperienze di bambina nata negli anni Trenta. Rispettando la sua volontà, come è già successo in passato, pubblichiamo i suoi ricordi in forma anonima, firmandoli semplicemente con il nome di “una vecchia contadina”. Le sue parole costituiscono la testimonianza di un tempo lontano e ormai scomparso, che merita però di essere ricordato e fatto conoscere alle nuove generazioni.
Testo di Barbara Prosperi
A scuola negli anni Trenta
A scuola con gli zoccoli
Andavo a scuola con gli zoccoli coi chiodi, che facevano un fracasso del diavolo, e la maestra mi disse: “Fai troppo chiasso, cammina più piano”, ma era inutile. Un giorno, tornando da scuola giù per la vecchia strada, trovai un vecchio fascione da bicicletta quasi marcio. “Ecco – dissi contenta ai miei compagni –, ho trovato il modo di non far cantare più i miei zoccoli!”. Uno di loro mi domandò: “I’ che c’entra i’ culo con le quarantore?”; “C’entra”, gli risposi io. Così presi il mio fascione e arrivata a casa lo tagliai e risolai gli zoccoli, che però non mi piacquero più perché erano diventati muti. Ma la mia maestra non aveva capito quella musica, lei aveva portato sempre le scarpe.
B. C. (Una vecchia contadina carmignanese)
La cartella di cartone
Quando andavo a scuola avevo la cartella di legno. A quei tempi molti avevano la cartella di legno con il coperchio a incastro. Un giorno una mia compagna cominciò a prendermi in giro: “Hi hi hi, tu hai la cartella di legno!”; allora io le dissi: “Metti un dito qui dentro, te la faccio sentire, è brutta ma è buona”. Lei, molto tonta, ci mise il dito dentro e io con rabbia glielo rinchiusi. Cominciò a strillare: aveva ragione, le avevo fatto male; così la maestra mi mise due in condotta e in castigo. Arrivai a casa e dissi alla nonna: “Non voglio più quella cartella!”; lei mi rispose: “Per Natale se sei buona te la compro più bella”. Aspettai con ansia il Natale e la nonna mi comprò una bellissima cartella, e quando tornai a scuola mi detti molte arie per quella cartella nuova. Un giorno però piovve, e siccome non avevo ombrello mi successe un guaio: la cartella, che era di cartone, si rovinò, e insieme a lei si rovinarono anche i libri e i quaderni. La maestra mi sgridò e mi disse: “Sei una disordinata!”. Ma che colpa avevo io se la mia nonna non poteva comprarmi una cartella bella e buona?
B. C. (Una vecchia contadina carmignanese)
Aratro mio, una poesia di una vecchia contadina
Carmignano è terra di campi arati, viti e olivi. Pensare a Carmignano senza pensare alla sua agricoltura è difficile: ancora oggi ed ancora di più ieri. E quei campi non sono solamente paesaggio o un numero del Pil del territorio. Diventano cultura e ricordi, come in questa prosa che sa molto di poesia scritta da B.C., ‘vecchia contadina carmignanese’. Ricordi pronti a riemergere dove meno te lo aspetti: in chi come in questo caso la contadina l’ha fatta in gioventù fino a venticinque anni e poi ha preso altre strade, in chi agricoltori ha avuto il babbo, la mamma o lo zio ed anche in chi l’agricoltore non lo ha forse mai fatto ma quella cultura della terra gli si è comunque trasmessa.
Testo di Walter Fortini
Aratro mio
O aratro mio, che baci la terra che sa di sale, le dolci colline morbide come carezze di velluto.
Quante volte ho appoggiato il capo su di te, quante volte ti ho bagnato di lacrime e di sudore, come perle lucenti al sole, quante volte ho pianto vicino a te.
Quante volte hai squarciato la mia terra e quanta fatica assieme io e te nelle lunghe giornate di sementa, cara stagione fatta di foglie cadenti come vecchi stanchi che ad uno ad uno si spengono attorno a te reclinando il capo come spighe d’oro sotto la falce del contadino.
O caro vecchio amico mio anche per te è venuta la stagione del riposo, dimenticato in un angolo la gente ti guarda e non sa chi sei, non sa cosa hai fatto, non sa quante volte ti sei bagnato di rugiada prima di entrare nel ventre della terra, non sa quante volte ti sei coperto di petali di fiori portati dal vento da terre lontane, solo io e te sappiamo o caro vecchio amico mio.
Non sa quanti tramonti abbiamo visto io e te, non sa quante volte abbiamo ascoltato il fragore della tempesta, il mormorio dei ruscelli, il canto degli uccelli, il vento nel grano.
E soprattutto non sa, non conosce il nostro amore per la nostra cara buona dolce Amica Sorella Madre Terra.
Solo io e te lo sappiamo o caro vecchio amico mio.
Estate-Autunno 1976
B. C. (Una vecchia contadina carmignanese)
Autunno. Vorrei che fosse sempre estate
Questa composizione è stata scritta negli anni Settanta, ma il cambio delle stagioni suscita emozioni che travalicano il tempo. La vendemmia è alle spalle, quella a cui un tempo partecipavano i bambini, e l’autunno è già arrivato, carico di tristezza.
Testo di Walter Fortini
Autunno
Le foglie incominciano a ingiallire, e a mano a mano a cadere.
Sento in me un brivido, e un po’ di tristezza.
E’ il vento fresco che mi sussurra: è autunno.
I grappoli d’uva sono rossi, gonfi, aspettano la mano ruvida del contadino, o la mano liscia della fanciulla a cui piace tanto vendemmiare, per farsi cogliere, farsi sgramolare, e in un tino tanto vino rosso diventare.
E’ autunno.
Le scuole si riaprono, i banchi neri, che per tanto tempo sono stati tristi e soli, sono contenti di far sedere sulle loro panche dei bambini, e farsi riscaldare.
E’ autunno.
Le prime bacche rosse sulle siepi si fanno vedere.
Le rondini cominciano a partire verso dove non c’è mai autunno ma tanto sole.
Le giornate cominciano a accorciare, ed il sole fa prima a tramontare.
E’ autunno.
E la mia valle si incomincia a spogliare, dei suoi frutti, del suo verde, dei suoi fiori.
Sarà una valle triste senza la sua veste.
Ed io vorrei che fosse sempre estate, sempre primavera.
Perché l’autunno è così triste e malinconico nel suo grigiore, che io lo sento anche nel mio cuore.
Anni Settanta
B. C. (Una vecchia contadina carmignanese)
Sono partiti, i contadini se ne vanno in città
Alla fine degli anni Sessanta le campagne iniziano a spopolarsi: anche a Carmignano. L’economia cambia, le fabbriche richiamano manodopera e operai. Poi anni dopo, dalla città c’è chi decide di tornare in campagna acquistando case e coloniche. Ma è un modo diverso di vivere il territorio e la sua cultura, patito con dolore da chi quella terra l’ha coltivata da secoli. Ecco il ricordo e il punto di vista di una vecchia contadina carmignanese.
Testo di Walter Fortini
Sono partiti, i contadini se ne vanno in città
Sono partiti, ma dove sono andati i miei fratelli? Sono partiti, ma dove sono andati così stanchi?
Qui non avevano più speranza. Li ho chiamati gridando il loro nome ad uno ad uno. Restate! Restate! Non importa se la terra non è vostra, è come se fosse vostra. Sono secoli che la bagniamo di sudore, e la terra appartiene solo a chi la lavora ed è nostra come il figlio è di sua madre, e più la madre ama suo figlio più lo sente suo.
Non mi ascoltarono e partirono, e a me parve che anche gli ulivi piangessero, si piegassero quasi a sfiorar la terra, come volessero sdradicarsi e andar con loro.
Cari vecchi ulivi, voi avete visto generazioni e generazioni di questa gente, con dolori, gioie, speranze.
E ora, fratelli miei, perché non sperate, perché non restate?
Partirono e non misero mai radici perché le loro radici sono rimaste qui.
Oh se potessero tornare, ma ormai è tardi e non possono più farlo, le loro case sono state vendute a gente di città, quella gente perbene per cui mio nonno si toglieva il cappello.
Gente ignara, gente che non sa, povera gente che si accontenta delle cose che vede solo con gli occhi, ma ci sono cose che si vedono solo con il cuore e quelle loro non le vedranno mai.
Ora tutto è sommerso nel passato, la nostra cultura, la nostra tradizione, le nostre feste, la nostra poesia, la nostra fame e il freddo dei lunghi inverni.
Ma per noi è ancora presente, lo sentiamo dentro la casa.
Ecco perché tu uomo di città non capisci la bellezza, la grandezza della terra, perché tu non hai sofferto, non hai pianto, hai trovato già tutto pronto.
Per questo ti dico non sentirti padrone della mia terra, perché l’hai solo pagata, la possiedi solamente, e molte volte le cose che si posseggono non sono nostre abbastanza.
Prima di entrare in quella casa fermati un attimo con riverenza e rispetto per coloro che ti hanno fatto posto.
Ora i miei fratelli ad uno ad uno cominciano a ritornare qui dove hanno lasciato le loro radici, ora non hanno più bisogno di tanta terra, sono grandi, sono superiori, non temono più, gli basta poca terra ormai, 1 metro e 80 per 1 e 50 di profondità.
26-28 Ottobre 1976
B. C. (Una vecchia contadina carmignanese)
Il pane della condivisione, a scuola di solidarietà
Prima, durante e poco dopo il secondo conflitto mondiale, quando la miseria attanagliava vasti strati della popolazione, per molte persone essere contadini significava in qualche modo essere ricchi, perché in grado di ricavare sempre qualcosa da mangiare dalla terra. Al posto del pane bianco veniva consumato quello nero, in mancanza di proteine animali venivano utilizzate quelle dei legumi oppure ci si saziava con le patate, però difficilmente non si trovavano nel campo alimenti di cui cibarsi, mentre tante famiglie di pigionaoli, operai, braccianti spesso pativano la fame in quanto impossibilitati a procurarsi un pasto decente al giorno. Grazie ad una nonna animata da un forte spirito di carità cristiana, una bambina un po’ impulsiva, capricciosa ed egoista negli anni Quaranta del secolo scorso imparò il significato della solidarietà, della condivisione e della gioia di donare, sentimenti di cui crescendo seppe fare tesoro fino a farli diventare le colonne portanti della sua vita.
Testo di Barbara Prosperi
La nonna
Cara vecchia nonna, buona, saggia e analfabeta. In estate camminavi scalza e senza mutande: per stare più fresca? No: perché non avevi né scarpe né mutande. Ma quante cose sapevi, e quante non ne sapevi, e molte volte dicevi: “Ah, se sapessi leggere e scrivere!”, ma avevi un cuore buono e tenero, c’era sempre qualche cosa per chi aveva meno di noi, e io spesso le dicevo: “Uffa, sempre patate, sempre fagioli!”; lei mi rispondeva con cipiglio: “C’è chi non ha neanche questo!”. Così anziché fare un forno di pane cominciò a farne due alla settimana, aggiungendo al grano saina, granturco, patata, orzo, segale, insomma tutto ciò che aveva. Allora le dicevo: “Nonna, questo pane non è buono come quello di prima!”; lei mi rispondeva sempre con cipiglio: “Perché tu lo mangeresti buono e agli altri lo daresti cattivo? Lo sai che ti potrebbe rimanere attraverso alla gola?”. Ora mi rendo conto che era il pane più buono del mondo, perché era condiviso con chi aveva bisogno.
B. C. (Una vecchia contadina carmignanese)