Alla scoperta di luoghi noti e meno noti
Carmignano vanta ville belle e notissime: la più conosciuta è la villa medicea dai cento camini di Artimino. Ma ci sono anche residenze molte meno note ma altrettanto dense di aneddoti e storie. Ce le farà scoprire Daniela Nucci, ricercatrice di storia locale, che ha già pubblicato diversi libri su Carmignano, i suoi personaggi, le sue storie.
Villa "La Torre" a Montalbiolo: poco nota, lì si riunì un Consiglio dei ministri
Nel 1931 l’avv. Giuseppe Rigoli, autore di varie pubblicazioni storiche fra cui alcune riguardanti il Comune di Carmignano, scrisse un libretto intitolato “Montalbiolo” (1), una “pittorico villaggio”, come lui lo chiama, posto su un poggio vicino a Carmignano, ove l’avvocato visse nella propria villa padronale detta ” La Torre”.
Scriveva l’avv. Rigoli: “E’ un popolo [Montalbiolo] che conta appena duecento anime. La modesta Chiesetta col Campanile basso e quadrato svettante a scavalca poggio in tanto luminoso orizzonte; ma i pochi casolari sparsi a solatio nella quiete delle ultime pendici orientali del Montalbano tra viti, ulivi, cipressi, chiazzate di castagni, macchie di quercioli, fanno di Montalbiolo un mirabile paese di sereno riposo”.
Dove oggi sorge villa “La Torre” un tempo sorgeva il “podio” di Montalbiolo, un ripiano piuttosto largo protetto da un muro, al cui centro sorgeva una torre circondata da povere capanne. Era, questa località detta la Torre, un luogo di difesa in caso di aggressioni nemiche.
Ospiti illustri: da Bettino Ricasoli a Carducci
Villa “La Torre” ha una lunga storia alle spalle. Di proprietà Pelli nel 1585, passò poi alla famiglia De Petracchi De Mari nel 1650 e da questa fu venduta ai Bettazzi. Nel 1842 questi ultimi la vendettero al dr. Vincenzo Capecchi, professore di medicina presso l’Università di Siena, sindaco di Carmignano per molti anni, che sposò Caterina Camici, vedova del dr. Serresi di Carmignano.
Con la famiglia Capecchi la villa – una semplice ma splendida e ampia dimora toscana – fu arricchita di poderi e case coloniche e diventò celebre per i personaggi che la frequentarono, fra cui Bettino Ricasoli, Giosuè Carducci, Felice Cavallotti, Alfredo Cappellini.
Una figlia dei Capecchi – Sofia – sposò in seconde nozze Silvio Spaventa, illustre patriota, giornalista, deputato al Parlamento napoletano e poi italiano e nel 1860 Ministro ai Lavori Pubblici. Fu precettore dei figli del magistrato Benedetto Croce e zio del filosofo Benedetto Croce. Il matrimonio fra i due avvenne a Carmignano nel 1886.
La dimora estiva di Spaventa, tra i più fidati uomini di Cavour
Silvio Spaventa, nato a Bomba negli Abruzzi nel 1822, fratello del filosofo Bertrando Spaventa, fu un rappresentante della Destra Storica. In gioventù per la sua attività politica antiborbonica (aveva fondato nel ’49 una società segreta) fu condannato a morte, pena poi tramutata in ergastolo e infine in esilio perpetuo. Fece sei anni di carcere, poi, fu condannato all’esilio perpetuo. Sulla nave che lo conduceva in America ci fu un ammutinamento e così Silvio Spaventa, dopo esser passato in Irlanda e poi a Londra, raggiunse Torino dove divenne uno degli uomini più fidati del conte Cavour.
La moglie Sofia apparteneva ad un’antica famiglia pistoiese della borghesia liberale che viveva a Carmignano a villa “La Torre”. Sofia era abituata alla frequentazione dei nomi più illustri di quel tempo, politici e intellettuali. Sposata in prime nozze con l’avv. Carlo De Cesare, deputato e senatore del Regno, non ebbe figli. Passava col marito gran parte dell’anno nella villa paterna e negli anni dopo la sua morte era solita invitare nel suo salotto molta gente interessante, fra cui Silvio Spaventa.
Risposatasi nel 1886 con lo Spaventa, trascorreva le vacanze estive col marito nella villa di Montalbiolo. Scrive Elena Croce, nipote del filosofo Benedetto, forse sulla base di memorie familiari, che i coloni della villa “si ricordano ancora la bellezza e la gentilezza dei modi di Sofia”(2), oltre all’intelligenza notevole: Sofia infatti sapeva seguire con interesse e competenza le conversazioni politiche che si tenevano nella sua casa carmignanese. La “Signora Sofia”, come era chiamata, era una persona estremamente socievole e semplice e in quell’angolo di Toscana circondava il marito Silvio delle sue cure e del suo affetto e lui la considerò, fino alla sua morte, avvenuta nel 1893, “la donna che dopo una lunga e sconsolata vita di combattimento, gli era stata nella vecchiaia, quasi un raggio di luce” (3).
Si racconta che negli anni in cui Firenze fu capitale d’Italia (1865-1870), il Consiglio dei Ministri una volta si fosse riunito a villa “La Torre” presso Silvio Spaventa, allora Ministro ai Lavori Pubblici.
Un tal Rizzotti, nipote di Silvio Spaventa, residente a Firenze, cercò di vendere la villa di Montalbiolo alla famiglia Rigoli di Carmignano, ma questa declinò l’offerta. La villa fu in seguito acquistata da un antiquario di libri che poi la rivendette a un parente dell’ avvocato Rigoli.
Ancora oggi un piccolo museo
Non è una casa, ma un vero e proprio museo, villa “La Torre”, una villa padronale che ha saputo mantenere, grazie all’amore degli ultimi proprietari, tutta l’atmosfera di una dimora borghese dell’Ottocento. Non la ricchezza, ma la sobrietà e la cultura vera trasudano ancora da quei vecchi muri.
Sarebbe interessante che nel futuro una dimora storica come questa, che ha visto la presenza di illustri personaggi della cultura e della politica di fine Ottocento, che con molta probabilità ha dato ospitalità tra le sue mura ad una seduta del Consiglio dei Ministri del Regno, potesse essere valorizzata come sito storico del Comune di Carmignano.
Bibliografia
(1) G.Rigoli, Montalbiolo, Prato 1931
(2) Elena Croce, Silvio Spaventa, Milano 1969
(3) Giuseppe Rigoli, op. cit. p. 16
Villa Rigoli
Nel centro di Carmignano, in piazza Niccolini, si trova una villa – o meglio, una dimora storica – che prende oggi il nome dai suoi attuali proprietari, i Rigoli. La villa ha visto passare tra le proprie mura molte vicende, molta storia, come altre dimore carmignanesi.
Dal XV al XIX sec. la villa appartenne all’illustre casato fiorentino dei Venturi (1). Questa famiglia, che esercitò un forte potere nelle vicende cittadine, possedeva a Carmignano terre, poderi, case e botteghe. Nel XVIII secolo i Venturi, nella persona del marchese Ippolito, erano proprietari di numerosi possedimenti nelle varie frazioni del Comune di Carmignano. Tra questi spiccava una dimora posta nella piazza del capoluogo nel luogo detto “il Prato”, una casa “da fondamenti al tetto cioè una villetta da padrone con orto con tutte le sue ragioni, usi, servitù, abitare e pertinenze e sempre in detta località una casa con bottega, una casa con tutte le sue abiture e appartenenze e una casa con orto e colombaia” (2). Da questa descrizione si evince che la casa padronale dei Venturi confinava con varie case rustiche, anch’esse di loro proprietà.
Ippolito Venturi fu un politico di razza che offrì i propri servigi prima al governo di Ferdinando II che nel 1801 lo nominò senatore e poi a Napoleone che lo fece conte e senatore dell’Impero. Fu un uomo che in diversi settori seppe elevarsi al di sopra del livello medio della società grazie ad idee e interventi estremamente moderni in agricoltura. Molto probabilmente fu lui a commissionare la ristrutturazione della villa e gli affreschi che ancora oggi si possono ammirare. Non avendo figli, adottò Carolina Colon, nipote della moglie, che sposò il marchese Paolo Ludovico Garzoni Venturi. I beni passarono poi a Chiara Garzoni Venturi, maritata Schneiderff e quindi alla figlia Paolina che sposò il marchese Lorenzo Niccolini.
Dai Venturi ai Niccolini: ospite anche il Papa
Così la villa, un tempo Venturi, passò nell’Ottocento a un ramo della famiglia Niccolini (3). Questa curò il decoro della villa padronale che dal paese guardava l’aperta campagna e che era di così gran pregio da servire da ospizio nell’agosto del 1857 a papa Pio IX che lì si fermò per ben due volte durante i suoi viaggi per la Toscana.
Pietro Leopoldo Niccolini ebbe 18 figli, fra questi il già citato Lorenzo, oltre a Giuseppe e Luigi, tutti liberali, amanti della libertà, che parteciparono ai moti del 1848 e alla guerra del 1859 per cacciare i Lorena dalla Toscana. Lorenzo e Giuseppe furono decorati con la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro e furono ritenuti cittadini benemeriti alla causa nazionale. Giuseppe nella guerra del ’59 proclamò l’indipendenza di Carmignano e in seguito divenne Ministro della guerra del Governo provvisorio della Toscana. Luigi, pittore e intarsiatore, fu volontario nel ’48 e prese parte alla guerra nel ’59. Fu per due volte Sindaco di Carmignano.
Da Lorenzo Niccolini nacque il marchese Ippolito Niccolini, grande e innovativo vitivinicoltore, con notevoli capacità di imprenditore moderno, aperto alle nuove tecniche agricole. Seppe far conoscere il vino di Carmignano in tutta Italia e anche all’estero – Europa e Stati uniti – dando lavoro nelle Cantine Niccolini a gran parte della comunità paesana. Il lavoro nelle Cantine del marchese era senza tosta e, per Carmignano, fonte di benessere e guadagno.
Ippolito Niccolini fu anche un politico di razza, divenendo negli anni sindaco di Carmignano, deputato e senatore del Regno ed infine sindaco di Firenze. Come politico anticipò molto i tempi, dimostrando di avere un concetto nuovo della politica intesa non come occupazione del potere, ma come servizio allo Stato e ai cittadini (4). Nella villa furono suoi ospiti lo scrittore Renato Fucini e il Primo Ministro Giuseppe Zanardelli. Con la crisi del 1829 l’industria vinicola del marchese Ippolito, ormai deceduto, subì un colpo fortissimo che la portò al fallimento.
La villa diventa scuola del paese: poi l’acquistano i Rigoli
La villa Venturi – Niccolini fu quindi venduta al Conservatorio di S. Caterina e Istituti Raggruppati di Prato per essere poi utilizzata dal Comune di Carmignano come scuola comunale. Dal 1971 è di proprietà della famiglia Rigoli che ne ha curato il restauro e il consolidamento.
Tre piani e un grande giardino
La residenza, che si sviluppa su tre piani, ha sulle sue mura i segni di epoche diverse. Nell’architrave del portale in pietra, ritenuto opera quattrocentesca, si individuano tre stemmi, il più riconoscibile è quello dei Venturi e sopra a questi lo scudo gentilizio dei Niccolini raffigurante un leopardo attraversato da una banda, sormontato da quattro pendenti con al centro una tiara pontificia e negli spazi laterali due gigli.
La facciata anteriore, in una foto scattata dal marchese Niccolini nel 1887, è protetta da un muro di cinta e presenta, nella piazzetta antistante, diverse alberature piantate da poco, mentre in un’altra foto del 1890 si vede la moglie del marchese, Nina Fierz-Niccolini, proveniente da una ricchissima famiglia svizzera, seduta sui bordi di un’aiuola con due bambini piccoli ed un cane, circondata dalla gente di Carmignano.
La parte posteriore della dimora si affaccia su un giardino. Oggi la facciata è impreziosita da un terrazzo sorretto da colonnine in ghisa circondato da una elegante ringhiera. Da una foto di Ippolito Niccolini, scattata nel 1887, si vedono invece, al posto del terrazzo, due balconi adorni di piante rampicanti – forse gelsomino – a formare una sorta di pergolato e un giardino-campo ricco di alberi da frutto, conche con piante ( limoni?), rosai e un grosso glicine appoggiato ad un muro. Un vero e proprio intrico di verde lasciato allo stato naturale.
Il giardino è stato completamente rifatto ed oggi si presenta con una piccola vasca centrale , alberature e lampioni di ghisa. Purtroppo è stato ridotto, in tempi recenti, in seguito all’inserimento sul lato nord dell’edificio della strada comunale (via di Pontormo), intervento che ha staccato dalla villa anche l’edificio un tempo utilizzato come scuderia e attualmente divenuto civile abitazione.
L’interno della villa, ultimamente restaurato dalla famiglia Rigoli, è ricco di affreschi sui soffitti e di pitture sui muri che raffigurano rovine e prospettive architettoniche del XVIII secolo.
Bibliografia
(1) G. Carocci, La famiglia Venturi : genealogia, storia, memorie, Firenze 1915
(2) Chetti barni-Giuseppina Carla Romby, Ville, giardini, paesaggi del Montalbano, Pistoia 2011, p. 182
(3) L. Passerini, Genealogia e storia della famiglia Niccolini, Firenze, 1870, pp. 82-87
(4) Daniela Nucci, Battere i’ sasso – Vita e vicende di cavatori e scalpellini di Comeana e Poggio alla Malva ( 1844-1944), Città di Castello 2014, pp. 45-47
Villa delle Ginestre, antica proprietà dei Medici a Verghereto
Villa delle Ginestre si trova il località Verghereto, un piccolo centro del Comune di Carmignano, risalente al XII secolo, posto a circa tre chilometri dal capoluogo e a 304 metri di altitudine, sul Montalbano.
La storica villa si trova alla fine di una strada di campagna in un paesaggio boschivo e campestre di rara bellezza dove regnano armonia e silenzio. Qui il tempo pare essersi fermato. Scendendo le pendici del poggio delle Gabbiane, su un belvedere circondato da un parapetto dove sorge la villa, si può godere il panorama della sottostante vallata coltivata ad olivi e viti, chiazzata qua e là da qualche casa colonica.
La villa, eretta in epoca rinascimentale, è a pianta rettangolare. La facciata, restaurata nell’800, presenta un portale di tipo ottocentesco con cornice bugnata, finestre incorniciate in pietra serena e uno stemma anch’esso in pietra serena, mentre in alto si può vedere un “occhio” (un’apertura rotonda) per dare una migliore illuminazione all’interno dell’edificio. Sul tetto è situato un piccolo campanile a vela del XVIII secolo. Accanto alla villa sorge l’oratorio di S. Francesco costruito nel ‘300, ma rimaneggiato tra il XVII e XVIII secolo, attorno al quale si trovano alcuni edifici rurali di antica origine che dovevano far parte del complesso della villa (1).
Il quartierino del Granduca
All’interno della villa non è rimasto molto degli arredi originali. Invece è ancora ben conservato il “quartierino”, ossia tre stanze – spogliatoio, camera e studio – perfettamente affrescate che venivano utilizzate nel periodo in cui la fattoria era di proprietà granducale, per ospitare il granduca nelle visite alla fattoria o altri ospiti illustri che spesso, per motivi di caccia, pernottavano a Villa delle Ginestre. Le spese per tali pernottamenti erano accuratamente annotati dal fattore, che poi provvedeva a farseli rimborsare dallo Scrittoio delle Regie Possessioni di Firenze. Questo tipo di visite erano frequenti soprattutto nel periodo lorenese, perché Leopoldo II amava trascorrere del tempo in villa al punto che, al momento dell’esilio, nel suo libro di memorie “Il governo di famiglia in Toscana”, scrive “addio casa delle Ginestre, ai pensieri amica” (2).
Dai Medici ai Lorena alla società delle Ferrovie meridionali
La storica villa-fattoria delle Ginestre appartenne infatti ai Medici fino all’estinzione della famiglia per poi passare ai Lorena nel 1738. Con l’avvento del Regno d’Italia e l’annessione della Toscana nel 1861, i Lorena se ne andarono appunto in esilio e le loro proprietà furono assegnate alla Casa Savoia. Questa, per far fronte alle molte spese dovute alla creazione del nuovo Stato, vendé molte nuove proprietà. Villa delle Ginestre fu messa all’asta nel 1864; in quell’occasione fu acquistata dalla Società delle Ferrovie Meridionali e poi dalla nobile e ricca famiglia di origini spagnole Nunez Montalvo, già proprietaria della fattoria di Tizzana, di un palazzo sui Lungarni a Firenze, una fattoria a Campi e a una a Roma. Nel 1874 fu comprata da don Dionisio Landini, parroco di Montalbiolo.
I Landini e i Fortini
I Landini erano di Tizzana, dove possedevano alcuni poderi. Don Dionisio aveva un fratello – Gaspero – da cui nacquero Luigi, Serafino e Filomena la quale, sposatasi con un Fortini, chiese la sua parte di eredità della fattoria che diventò alla fine dell’Ottocento – dopo un lungo processo – proprietà dei Landini e dei Fortini.
Luigi morì nel 1918 lasciando 4 figli: Emilio, Giulio, Paolina e Giulia. Emilio e Giulio Landini a loro volta si divisero la proprietà. Nel 1918 i Landini si imparentarono, grazie a un matrimonio con i Migliorini di Signa, famiglia benestante, forse anche nobile. A quei tempi avevano – e tuttora mantengono – belle proprietà a Signa dove ancor oggi risiedono. Nel Ventennio i Migliorini aderirono al fascismo, mentre i Landini furono definiti “bigi” (3), in quanto non si interessarono di politica (forse perché nessuno di loro aveva fatto studi significativi).
Durante il ventennio la fattoria raggiunse i 300 ettari ed ebbe alle proprie dipendenze molti mezzadri. Oggi conta 200 ettari. La parte centrale del terreno della fattoria è di proprietà di Andrea e Luigi Landini, mentre la parte a nord e la parte di Tizzana appartengono ad altri membri della famiglia. I Landini sono la famiglia di proprietari più antica di Carmignano.
Rifugio di sfollati e di tedeschi durante la guerra
In una intervista fatta nel 2013 con Pietro Landini, nonno di Andrea, abbiamo saputo che nel ’44 alloggiarono in fattoria circa 60 sfollati venuti “da tutte le parti”. L’abitazione fu requisita da un gruppo di 30 tedeschi più un ufficiale, nonostante la ferma opposizione del signor Pietro. Gli stessi partigiani venivano a rifornirsi di cibo dai Landini. “I mezzadri non si occupavano di politica – ci dice -. Pensavano solo al lavoro nei campi. Se la famiglia contadina era troppo numerosa gli veniva dato un podere più grande. Lo stato sociale dei contadini dipendeva dalle persone, non dalla ricchezza della terra. I Martini, ad esempio, coltivarono il podere di Citerna dalla fine dell’800 fino all’inizio del ‘900 e stavano bene”.
Molti erano i poderi dei Landini: Citerna, Rigoccioli, la Fornace, la Valle, la Casetta, Lilliano, la Palazzina, il Casino, l’Elzana…
La villa-fattoria delle Ginestre a tutt’oggi ha il suo punto di forza nella produzione dell‘olio e del vino. Su un altro fronte è impegnata nell’agriturismo con stanze per gli ospiti all’interno della villa padronale e tre appartamenti ristrutturati.
Bibliografia
(1) Montalbano, itinerari storico-naturalistici, edito dal Consorzio Interprovinciale per il Montalbano.
(2) Testimonianza di Andrea Landini del 2013
(3) Testimonianza di Pietro Landini del 2013
Villa di Castello, residenza del '500, oggi nota come Villa Olmi
Dice Antonio Ricci che “da antichissimo tempo la famiglia Bonaccorsi era proprietaria del Castello situato presso l’antica Rocca, intorno al quale possedeva molte terre e vigneti”, oltre a ripe, fosse e carbonaie. Questo ramo dei Bonaccorsi era il più famoso e prese il nome di Bonaccorsi-Pinadori perché sulla “spezieria” (una bottega-laboratorio dove si preparavano e vendevano medicamenti a base naturale) aveva l’insegna di una pina d’oro.
Per la storia della villa di Castello – oggi detta villa Olmi – i documenti più antichi si rifanno al 1540 quando Alessandro Bonaccorsi, amante della libertà contro il potere dei Medici, fu fatto impiccare da Cosimo I. Solo due anni dopo Giuliano Bonaccorsi ordì a sua volta una congiura contro lo stesso Cosimo I che avrebbe dovuto essere ucciso mentre da Firenze si recava alla Villa del Poggio. Ma la congiura fu scoperta e Giuliano fu appeso con catene di ferro e poi trascinato cadavere dal popolo per le vie di Firenze.
In seguito la proprietà fu venduta all’asta e comprata da un tal Andrea Lippacci, detto Corbaccio, mezzano di cambio, che la comprò per Niccolò e altri fratelli Bonaccorsi-Pinadori i quali, in tal modo, cercarono di non far sapere ai Medici che intendevano ingrandire i loro possessi.
Nella villa c’era la Visitazione del Pontormo
A proposito della villa di Castello c’è un’ interessante notizia riportata da Bocchi-Cinelli (il primo a citare la “Visitazione” del Pontormo) nel 1667: la famosa pala della “Visitazione”, attualmente collocata nella pieve di S. Michele a Carmignano, all’epoca era esposta nella villa di Castello della famiglia Pinadori che con molta probabilità in seguito la cedette alla chiesa.
Il passaggio ai Ricci
All’inizio dell’Ottocento la fattoria di Castello fu ereditata da Andrea Bonaccorsi mentre il resto dei beni fu assegnato per testamento a un Frescobaldi. Andrea Bonaccorsi nel 1829 vendette Castello ed altri beni alla marchesa Luisa Riccardi del Vernaccia che li lasciò al nipote, il Marchese Antonio Ricci-Riccardi.
Antonio era figlio di Giacomo Ricci, esponente del liberalismo monarchico, deputato e membro della Costituente romana nel 1849. Nel ’42 Giacomo Ricci aveva sposato Ortensia di Francesco Riccardi Del Vernaccia. Ebbero tre figli: Paolo, Olga e Antonio. Quest’ultimo, storico, attinse ai suoi archivi familiari per studiare le vicende dei suoi antenati paterni, primo fra tutto padre Matteo Ricci, e di quelli materni, specialmente i Caccini per le vicende legate al processo contro Galileo Galilei.
Il marchese Antonio Ricci, nato il 30 settembre 1847 a Civitanova, in provincia di Macerata, morì a Carmignano il 20 dicembre 1916. Quella del Ricci è una figura che ha lasciato un segno profondo nella memoria della comunità carmignanese. Proprietario della fattoria e della villa di Castello, fu un moderno imprenditore di vino, ancor prima di Ippolito Niccolini – proprietario delle famose Cantine Niccolini – aprendo nuovi mercati al vino di Carmignano che esportò fino in America. Come sindaco fu promotore di varie iniziative fra cui una bozza di progetto di una società vinicola di Carmignano. Come studioso scrisse un’opera fondamentale come “Le memorie del Castello e del Comune di Carmignano”, dove è raccolta la storia del Comune dal tempo della dominazione romana fino al 1860. Scrisse inoltre un volume intitolato “Galileo Galilei e Fra Tommaso Caccini – Il processo del Galilei nel 1616 – l’abiura segreta rilevata dalle carte Caccini”, libro che gli procurò molte lodi ma anche molte polemiche. E’ sua anche una monografia dal titolo “Nostro vino – Riflessioni di un viticultore”.
Scrive Giuseppe Rigoli che “il suo caro nome è scolpito nel cuore dei carmignanesi che lo ricordano dotto illustratore delle patrie memorie; nei consessi comunali e provinciali strenuo assertore dei loro diritti; promotore tenace della conduttura delle acque potabili che furono un vano desiderio delle passate generazioni”.
Tre piani e un giardino storico
La villa di Castello – che risale al 1500 – è un insieme di edifici singoli. Fu costruita intorno ad un’antica torre. L’edificio conserva ancora le forme cinquecentesche dell’antico progetto. Si estende su tre piani, più logge e scantinati. La porta principale è incorniciata da blocchi di pietra serena lavorata a bugnato e sormontata da uno stemma con grifone rampante sbarrato da una striscia e contornato all’esterno da frutta. Le finestre sono di stile “inginocchiato”. Un ex-fienile è oggi in stato di degrado.
La villa è arricchita da un bel giardino ottocentesco di stile romantico catalogato dalla Provincia tra i “giardini storici” . Committente e autore sono sconosciuti. Comprende una limonaia, una cappella, una voliera, un rimessaggio. E’ arricchito da varie sedute, vasi di limoni, statue, una fontana. Vi sono presenti cipressi abeti, acacie, pini e lecci.
Bibliografia
A. Ricci, Memorie storiche del Castello e Comune di Carmignano, Prato 1895
Bocchi-Cinelli, Le bellezze della città di Firenze, 1677
G. Rigoli, Carmignano e la sua storia, Prato 1939
Villa Novelli, dove visse l'autore dell'Acqua Cheta
La villa – affiancata dall’oratorio di S. Antonio – sorge in una zona di Carmignano chiamata Frigionaia. Questa si trova nelle vicinanze di Carmignano, a due passi dalla Rocca, su un colle da cui è possibile ammirare un ampio panorama: le colline di Bacchereto e Capezzana da un lato, la pianura di Firenze, Prato e Pistoia dall’altro, incorniciate dai monti dell’Appennino. Villa Novelli è completamente inserita nella campagna e vi si giunge attraverso uno stretto viottolo in mezzo al bosco.
L’edificio nel ‘500 era di proprietà dei Serpieri, nel 1628 passò prima ai Carnesecchi e in seguito ai Caccini del Vernaccia e ai Rucellai. Nell’800 fu dei Bonsi e dei Nibbi. Infine fu acquistata dal commediografo fiorentino Augusto Novelli (1868-1927) da cui prese il nome attuale.
I Carnesecchi – un tempo chiamati Duranti dal nome di Durante di Ricovero, priore, gestore di taverne nel popolo di S. Maria Maggiore – erano un’antica famiglia fiorentina che prendeva il nome da Piero Carnesecca, beccaio. Li ritroviamo nelle vicende della città del Giglio fin dal Trecento. Partiti da umili origini, divennero commercianti e parteciparono attivamente alla vita politica di Firenze. Nel 1500, tra i personaggi illustri di questa famiglia, spiccano in modo particolare Pietro Carnesecchi, ribelle contro la Chiesa e Lorenzo, ribelle al potere dei Medici.
La famiglia Caccini era una casata di origine fiorentina che aveva il proprio palazzo in Borgo Pinti. Alcuni dei suoi membri ricoprirono importanti cariche pubbliche in epoca repubblicana e granducale, ma si occuparono anche di commercio costituendo una ricca azienda legata alla lavorazione e al commercio dei panni di lana e, in epoca medicea, alla fornitura di legno per la flotta dei Medici. Famosi due personaggi di questa famiglia legati a Galileo Galilei: Cosimo – frate domenicano – e Matteo. Il primo contribuì a far inquisire lo scienziato nel 1616, il secondo invece fu amico di Galileo e lo difese anche contro il fratello. I Caccini si estinsero con Ortensia che si sposò con Vincenzo Del Vernaccia.
I Del Vernaccia, fiorentini, erano anch’essi dediti al commercio – possedevano ricche manifatture di seta, di panni di lana, di spezie, grano, vino e olio – e al cambio. Con i loro guadagni acquistarono numerose proprietà fondiarie in diverse parti della Toscana, tra cui Carmignano, dove impiantarono numerose fattorie fra il ‘600 e il ‘700.
La nobile famiglia fiorentina dei Rucellai era presente a Carmignano con case e poderi fin dal XV secolo. A Firenze, fin dal secolo XII, erano riusciti ad accumulare notevoli ricchezze grazie al commercio dei panni di lana e ad una scoperta di un tal Alamanno – soprannominato poi “oricellario” – che si accorse per caso che alcune piccole piante prendevano la colorazione rossa orinandoci sopra. Dal nome del colorante “oricello”, cioè rosso violaceo, tipico dei panni fiorentini, prese il nome questa famiglia che ebbe un ruolo importante nella storia di Firenze, nel commercio, nella storia dell’arte e della cultura visto che le riunioni della famosa Accademia Platonica si tenevano negli Orti Oricellari a Firenze, giardini di proprietà della famiglia Oricellari. A Carmignano furono presenti dal 1500 fino al 1700 come proprietari di terre, fattorie e case. Esercitarono anche il diritto di giuspatronato sulla Pieve di Carmignano.
Nell’800 acquistò la villa la famiglia Nibbi di Carmignano che – secondo Giuseppe Rigoli – “ebbe uomini di intelligenza e per la sua grande bontà è ricordato ancora il sacerdote Ferdinando Nibbi che tutto se stesso consacrò al popolo carmignanese”.
Don Ferdinando Nibbi fu cappellano di S. Michele a Carmignano, molto amato dai parrocchiani che federo di tutto perché fosse nominato pievano contro la volontà della Curia. Fu eletto consigliere comunale a Carmignano nel 1865.
Vi soggiornò infine, fino alla morte avvenuta il 6 novembre 1927, il commediografo fiorentino Augusto Novelli che lì si era ritirato a vita privata dopo aver dedicato tutta la sua vita a cercare di mantenere viva la tradizione del teatro vernacolare. Scrisse famose commedie in vernacolo fra cui “L’acqua cheta” e “Gallina vecchia”. Con lui finì la fortunata stagione del teatro dialettale fiorentino.
Una villa con fondamenta medievali
Villa Novelli fu costruita tra il ‘500 e il ‘600 su strutture medievali. La facciata principale presenta decorazioni in stile neogotico, lanterne ed anelli in ferro battuto e uno stemma raffigurante tre cipressi sormontati da una corona rovesciata col motto “Cerca il Bello nel Semplice” che si rifà alla cultura artistica ottocentesca di Augusto Novelli. Tracce medievali si ritrovano nei mattoni disposti ad arco sopra le finestre e in antiche aperture in seguito murate.
La villa ha un giardino storico il cui impianto risale al XIX secolo, ma non conosciamo né il committente né l’autore. L’area verde è ricca di cipressi, olivi e pini. Una statua e varie sedute ornano il giardino.
Il contiguo oratorio di S. Antonio è del XVII secolo. La facciata è in pietra e ha un timpano anch’esso in pietra serena, affiancato da due finestrelle incorniciate. In alto è visibile uno stemma settecentesco.
Bibliografia
G. Rigoli, Carmignano e il suo territorio, Prato 1939
Carmignano – le ville del territorio, a cura di M. Apa, Carmignano 1985
Carmignano e Poggio a Caiano: agricoltura, industria e territorio fra medioevo ed età contemporanea, atti del convegno Poggio a Caiano-Carmignano 1998, Firenze 2001
C. Cerretelli, Prato e la sua provincia, Firenze 2003
R.M. Zaccaria, L’archivio Caccini del Vernaccia, Biblioteca Roncioniana di Prato, 2009
F. Panerai, Carmignano – Quotidianità e istituzioni tra Ottocento e Novecento, Signa 1999
Villa Cremoncini: i fiorentini che vollero il Palazzo Pretorio
Nella zona del Castello, sul colle da cui domina la Rocca di Carmignano, è situata una grande casa padronale detta villa Cremoncini. Il manufatto, formato da un insieme di edifici singoli di impianto medioevale, fu ristrutturato nell’800. E’ a due piani con seminterrato ed è circondato da un bel parco. La porta e le finestre hanno cornici in pietra e il sottogronda presenta delle decorature.
Nel XVI secolo l’edificio appartenne alla famiglia Bonaccorsi-Pinadori, poi fu venduto a Giovanni Landini e in seguito a Fernando Ramirez-Montalvo. La nobile famiglia Ramirez de Montalvo era di origine spagnola. Nel 1539 don Antonio Ramirez giunse in Italia al seguito di donna Eleonora di Toledo che andava sposa a Cosimo I dei Medici. Eleonora portò con sé come cameriere don Antonio Ramirez, discendente di una nobile ed antica famiglia della provincia di Avila, che acquistò case a Firenze, Campi e Roma
La dimora passò quindi al canonico carmignanese Filippo Modesti ed infine nel 1764, insieme alle ripe e alle carbonaie di Castello, alla famiglia Cremoncini di origini fiorentine, “più dediti a distruggere che a edificare”, come afferma il Ricci. Erano commercianti di cristalli e avevano bottega a Firenze in via del Proconsolo.
La lite per la Rocca medievale
Famosa è la diatriba sui possessi dei terreni della Rocca che intercorse fra i Cremoncini e il Comune a cominciare dal 1826, nella quale i primi ebbero sempre dalla loro parte i governi per le loro idee filogovernative. Per meglio comprendere i fatti, bisogna ricordare che l’antica area del Castello si era andata man mano spopolando e molta gente si era spostata in Carmignano “basso” dove più facilmente aveva trovato lavoro presso le grandi fattorie dei ricchi proprietari terrieri, per lo più fiorentini. Nella Rocca era situata ancora la sede della Podesteria e il Palazzo Pretorio; quest’ultimo – “un terratetto con portico, terrazzo sopra e forno” – nel 1776 ospitava anche il carcere e la cancelleria. Aveva accanto qualche pezzo di terra ad uso orto ed una piazzetta. Il campanile con campana ed orologio appartenevano invece alla Comunità. Antonio Ricci racconta nelle sue Memorie per filo e per segno l’”epica contesa” che dal 1826 al 1853 il popolo di Carmignano affrontò per rivendicare al Comune la proprietà del Palazzo Pretorio e della Rocca.
Nel 1826 i Cremoncini avanzarono diritti di proprietà sul Pretorio e sulle terre occupate dal Podestà, ma, dato che tali beni risultavano essere di proprietà della comunità carmignanese fin dal 1776, la loro richiesta rimase sospesa. Nello stesso tempo però il Podestà fece intendere di voler spostare la sede del Comune dalla Rocca al borgo di Carmignano “basso” che andava sempre più ingrandendosi e questo offrì buon gioco alla famiglia Cremoncini. Per non spostare la sede del Pretorio nel borgo di Poggio a Caiano – come richiesto sia dai Cremoncini che dai Bubbolini – il Magistrato decise di trovare per questo una nuova sede, ma sempre in Carmignano. Tale decisione favorì la famiglia Cremoncini.
Prima i terreni attorno e poi il palazzo pretorio
Filippo Cremoncini, priore, fece in modo di aggiudicarsi le terre intorno alla Rocca il cui accesso venne vietato ai paesani. Nel 1827 fu pubblicato l’editto per la gara di acquisto dell’ex- Pretorio e dei terreni annessi. La gara fu vinta da Luigi Cremoncini che ottenne la proprietà del Palazzo, di una casa, di due orti e di altro terreno. Poco dopo passò all’abbattimento del Pretorio “perché neppure da lontano i popolani lo potessero scorgere”. (Per quanto riguarda il Pretorio, il Granduca nel 1835 ordinò che venisse acquistato il palazzo Bubbolini come nuova sede del Palazzo).
I carmignanesi si ribellano ai Cremoncini …
Ma i carmignanesi, popolo fiero e orgoglioso delle proprie radici, così mal sopportarono di vedersi espropriati della Rocca che presentarono nel 1844 una supplica al Magistrato accusando i Cremoncini di essersi appropriati di due cisterne pubbliche – alle quali era vietato l’accesso – per la costruzione di nuove mura di cinta. Il Magistrato diede ragione ai popolani. Ma la cosa non finì lì. Nel 1848 (si era al tempo dei moti rivoluzionari!) quelli fra i più insofferenti fra i cittadini che avevano visto i Cremoncini “dettare” le delibere con le quali si erano appropriati del Pretorio per poi distruggerlo, salirono alla Rocca e fecero devastazioni di ogni genere. Naturalmente vennero tutti condannati, ma i Cremoncini, che rischiarono di rimanere vittime della furia popolare, “per molti anni sbigottiti non posero piede nei loro possessi”.
… ma davanti al magistrato i Cremoncini vincono
Nel 1853 Comune e Cremoncini andarono in giudizio di fronte al Magistrato. La comunità perse la causa, perdendo così la Rocca, le mura, le torri, le cisterne, la spianata e un piccolo trapezio di terra situato sotto l’antico Pretorio.
Alla fine di questa diatriba il Ricci afferma che “più che qualsiasi altro elemento nocque a Carmignano la malafede e l’insipienza dei suoi reggitori. In conclusione, il Comune di Carmignano per scudi 875 pari a lire 5145 vendè un palazzo, una casa, due orti e parecchi stiori di terreno, nel luogo più ameno della collina, prediletto dal popolo e consacrato da secolari memorie; in cambio di che ottenne che niuno ponesse mai più il piede su quelle zolle che fecondate, fin dalla più remota età, dal sangue dei combattenti per la patria, videro soggiacere quei nemici temerari che si attentarono a sottometterla”.
Se osservata alla luce di questa lunghissima contesa, la famiglia Cremoncini non brilla certo per giustizia ed equità, ma ahimè, quelli erano i tempi
A loro merito non va però dimenticato che essi iniziarono nel 1825 la coltivazione di vitigni talmente pregiati da meritare i primi premi all’esposizione Agraria Toscana del 1857 e la visita di Vittorio Emanuele II, che si recò nel 1861 di persona a vedere questa famosa collezione di vini carmignanesi.
Bibliografia
Antonio Ricci, Memorie storiche del Castello e del Comune di Carmignano, Prato 1885
Giuseppe Rigoli, Carmignano e la sua storia, Prato 1939
Villa Vittoria
Villa Vittoria è situata tra la frazione di Comeana e l’ex-stazione di Carmignano. E’ collocata su un piano bastionato, circondata da cedri del Libano. Si tratta di una delle ville più antiche del Motalbano. Il nucleo originario, formato da una torre fortificata di avvistamento, risale addirittura al periodo romano. La torre era a guardia della strada che, attraverso l’appennino pistoiese, conduceva nella pianura padana. Ancor oggi si può notare il robusto corpo di fabbrica dell’antica torre divenuto attualmente un belvedere. Col mutare dei tempi si trasformò, aggiungendo via via nuovi corpi di fabbrica, in una villa rurale.
Nel ‘400 fu acquistata dai Medici assieme alle terre circostanti che ne fecero un tassello della loro bandita di caccia nota come il Barco Reale. Passata ai Lorena, la villa venne usata come sede del corpo di guardia del Granduca che invece dimorava nella villa di Artimino. Si dice che i due edifici fossero collegati da un tunnel sotterraneo.
Nel ‘500 passò alla famiglia fiorentina degli Ugolini che avevano case nel quartiere di S. Spirito. Questi erano originari della Val di Pesa e ricoprirono importanti cariche pubbliche nella Firenze repubblicana e in quella dei granduchi (gonfalonieri, priori, mercanti, ambasciatori). Appartennero agli Ugolini alcuni cavalieri delle “Religioni di Malta e di S. Stefano”.
La villa fu poi ampliata tra il 1700 e il 1800. Nel ‘900 fu ristrutturata fino a raggiungere l’attuale aspetto. In questo ultimo periodo vi abitò la famiglia Sansoni di Milano.
L’antico nome di villa Il Vivaio deriva da un lavatoio che si trovava nei pressi e che riceveva acqua dalla sorgente posta nelle cave della Gonfolina. Si narra che in seguito prese il nome di villa Vittoria da una nobildonna che nel ‘700 faceva delle splendide feste durante le quali sparivano giovani uomini di cui lei si invaghiva.
Oggi la villa è divenuta un agriturismo e organizza ricevimenti.
Villa Calavria: i conti Michon Pecori a Comeana
Già nel medioevo esisteva a Comeana una villa-fattoria detta Calabria che nell’Ottocento prese il nome di Calavria per motivi postali. Il nome derivava dalla presenza nel territorio circostante di alcuni eretici patarini fuggiti appunto dalla Calabria tra il XII e XIII secolo. Appartenevano ad un movimento considerato eretico, nato nell’XI secolo in seno alla Chiesa milanese. I Patarini, che appartenevano alla parte più umile del popolo milanese e del basso clero, si batterono contro la simonia, il matrimonio dei preti, la ricchezza della Chiesa e la corruzione morale delle alte cariche ecclesiastiche. Il nome significa straccioni, da “pataria”, ossia mercato degli stracci. Nel XV secolo la fattoria era divenuta un’osteria nella quale si dice si fermasse anche Niccolò Macchiavelli.
Nel 1550 Villa Calabria venne acquistata dalla nobile famiglia fiorentina dei conti Pecori che in via de’ Pecori a Firenze avevano il proprio palazzo. Il capostipite era Dino Giovanni di Ildebrandi detto il “pecora” (da cui il nome della famiglia) che faceva parte dell’Arte dei beccai (macellai). Nei secoli successivi i Pecori divennero ricchi e potenti (uomini d’arme, priori e gonfalonieri). Alla fine dell’800 esisteva ancora in via de’ Pecori un arco detto appunto “l’Arco de’ Pecori”. Con l’avvento di Firenze capitale, l’architetto Poggi distrusse il centro vecchio di Firenze (mercato e ghetto), costruì piazza della Repubblica e fece abbattere quest’arco permettendo così di avere la visuale del Duomo che godiamo oggi.
La famiglia Pecori possedeva, nel Comune di Carmignano, oltre alla villa e fattoria Calabria, altri poderi e case nella zona di Bacchereto, acquistati alla fine del ‘700 e mantenuti fino al secondo dopoguerra. Con il conte Luigi i Pecori – nel 1865 – parteciparono alle elezioni amministrative entrando così per la prima volta in Consiglio Comunale.
Nel 1845 Maria Teresa Pecori sposò Giuseppe Maria Michon discendente della famiglia Michon di origini francesi e residente a Livorno fin dal ‘600. Villa e fattoria divennero quindi proprietà dei Michon – Pecori. Giovanni Michon Pecori stabilì la propria residenza a Comeana nella villa che venne chiamata Calavria, conducendo in prima persona la fattoria. Era conosciuto dai comeanesi come “il contino”. Il conte Piero nel 1908 entrò in consiglio Comunale e divenne sindaco nel 1911. La sua giunta era formata dai notabili del paese come il Petracchi, il cavalier Banci Buonamici. l’avvocato Giuseppe Rigoli e il cavalier Italo Campanelli. Fu riconfermato nel 1914, ma si dimise pochi mesi dopo.
Oggi Calavria non è più fattoria, ma solo villa. E’ posta nelle vicinanze della tomba etrusca di Montefortini (un tempo anch’essa proprietà della famiglia Michon – Pecori), in un’ampia zona verde in mezzo a terreni agricoli.
L’edificio ha una planimetria quattrocentesca e comprende diversi corpi: una parte centrale con torretta ed altri edifici ad uso fattoria. La facciata meridionale della villa dà sul giardino all’italiana, alberato. A piano terreno si osservano quattro finestre inginocchiate su mensole a voluta, mentre il piano superiore ha semplici finestre rettangolari con davanzale. La villa fu trasformata nelle sue forme nel Settecento come evidenziano le due scalinate ai portoni. Il prospetto orientale presenta al centro un portale rettangolare accompagnato da una scala settecentesca. Il lato nord si collega alla fattoria attraverso una porta carraia che fa accedere al cortile che separa la villa dalla tinaia settecentesca.
Bibliografia
Carmignano – Le ville del territorio, a cura di M. Apa, Carmignano 1985
G. Rigoli, Carmignano e la sua storia, Estratto dall’Archivio storico pratese, Anno XVII – fasc. III-IV, Prato 1939
F. Panerai, Carmignano – Quotidianità e istituzioni tra Ottocento e Novecento, Signa 1999
Villa del Loretino, la villa di via Calcinaia
La villa – posta fuori dal centro Comeana, lungo la vecchia via Calcinaia che porta a Poggio a Caiano – fu realizzata forse su un precedente casino di caccia mediceo. La località oggi è detta Loretino, ma un tempo era conosciuta come “La Consuma”.
Villa del Loretino prende il nome dal vicino oratorio settecentesco che – si dice – fosse stato realizzato nel XVIII secolo da Zanobi Pomi sulle misure della Sacra Casa di Loreto. Pur essendo dedicato a S. Filippo Neri e alla Sacra Famiglia, in loco è conosciuto come Oratorio del Loretino. La facciata, intonacata, presenta una zona centrale e due laterali raccordate alla prima con delle volute. Due portali in pietra ai lati e una finestrina con inferriate, decorano la facciata. A queste si aggiunge una lapide dedicatoria posta dalla famiglia Pomi. L’interno, che ospita le sepolture dei Pomi e dei Luti, presenta due altari a edicola in stucco, mentre il soffitto a botte conserva ancora “la riproduzione fedele, dipinta, delle pietre e decorazioni interne della Santa Casa di Loreto”. Un tempo vi trovava posto anche un organo che adesso non c’è più. Attualmente la cappella versa in cattive condizioni.
Villa del Loretino, che fu probabilmente nel 1500 proprietà dei Mazzinghi (già proprietari di villa Le Farnete), appartenne alla fine del Seicento alla famiglia Pomi e nel 1800 ai Guarnieri e ai Luti. Un membro della famiglia Luti, sacerdote, divenne consigliere comunale. I Luti possedevano anche quattro poderi, un frantoio (che da loro prendeva nome) e una tinaia.
La villa è un edificio cinquecentesco a pianta rettangolare con torretta emergente. Presenta finestre inginocchiate e sul fronte principale – all’angolo – una loggetta. Sopra il portale centinato è posto un terrazzo in ferro battuto, ottocentesco. Circonda la villa un ombroso giardino. L’interno è novecentesco.
Villa le Farnete, la dimora dei Mazzinghi e dei Lepri
Fuori dell’abitato di Comeana, lungo via Macia che conduce alla Serra e a Carmignano, si trova Villa Le Farnete. Fin dal Trecento fu dimora della nobile e antica famiglia fiorentina dei Mazzinghi. I Mazzinghi, che si dice provenissero dalla Germania, furono feudatari del castello di Campi. Nell’XI secolo avevano costruito a Campi la Rocca che fu poi distrutta dai ghibellini dopo la battaglia di Montaperti (1260) per vendetta contro i guelfi Mazzinghi. La famiglia in seguito ebbe potere e ricchezze a Firenze e a Pistoia e tra medioevo ed età moderna divenne proprietaria anche di gran parte del feudo di Comeana che mantenne per circa tre secoli. Che si trattasse di una potente e ricca famiglia, proprietaria di terre, case e fattoria, lo dimostra il patronato esercitato sulla locale chiesa di S.Michele che sulla facciata riporta lo stemma dei Mazzinghi.
Nel 1864, con l’estinzione della famiglia, la villa e la tenuta passarono in eredità alla famiglia senese-fiorentina dei marchesi Gori – Zondadari – Pannilini. Questi nel 1878 concessero in affitto la fattoria di oltre 170 ettari, distribuita in venti poderi condotti a mezzadria, a Federico Lepri, “homo novus”, proveniente da Gaiole in Chianti, possidente, che a Comeana era già proprietario di due poderi e di una “nobile casa colonica” nel popolo di S. Lorenzo a Montalbiolo.
Nel 1880 i Gori-Zondadari ebbero un tracollo finanziario e furono costretti a vendere all’asta i proprio beni che furono acquistati in parte dalla marchesa Nina Fierz Niccolini e in parte da Federico Lepri. I beni acquistati da quest’ultimo comprendevano la villa padronale con annessi, terreni situati nella zona detta Loretino e aree boschive. In tutto 98 ettari distribuiti in nove poderi. Il Lepri condusse l’azienda personalmente aiutato da due sotto-fattori e un guardiacaccia. Federico Lepri morì nel 1912 e lasciò l’azienda e la villa al figlio Filippo, avvocato, che per motivi di lavoro affidò l’amministrazione a un fattore.
A tutt’oggi Villa Le Farnete è di proprietà della famiglia Lepri.
Villa Le Farnete ha un giardino prospiciente alberato, con una vasca centrale e dei vialetti. Presenta ristrutturazioni e ampliamenti del Sette-Ottocento. Le Farnete, a differenza di tante altre ville signorili destinate a residenza stagionale, fu vissuta dai proprietari come abitazione permanente, priva di lusso, ma semplice e confortevole. A fine Ottocento venne innalzata la parte centrale del corpo di fabbrica e costruita una loggia-altana settecentesca, seguita dall’ampliamento laterale e dalla ristrutturazione di due rampe di scale che separano il primo piano dal piano terra destinato alle cantine.
L’interno conserva strutture più antiche, forse trecentesche (volte, portali in pietra, soffitti a cassettoni, scale a chiocciola), mentre sale e salotti presentano pareti decorate a tempera policroma e monocroma dell’Ottocento. Il salone d’ingresso è un piacevole ambiente dall’aspetto di un gazebo: pareti dipinte con fiori, piante, viti e grappoli, oltre a un pappagallo appollaiato e legato con una sottile catenella. Il soffitto appare come un cielo purissimo allietato dal volo di coppie di animali domestici.
Di fronte alle Farnete, dall’altra parte della strada, è situata una cappella gentilizia della fine Ottocento dedicata alla Madonna delle Prata, ampliata nella parte dell’abside per potervi collocare un pregevole ciclo di affreschi quattro-cinquecenteschi un tempo situato in una proprietà dei Lepri a Campi Bisenzio. Nella cappella vi sono sepolti Federico Lepri e i suoi familiari. Attualmente l’esterno della cappella, circondato da un basso muro di cinta e adorno di un vialetto, è in stato di abbandono ma si riesce ancora a percepire che un tempo l’area doveva essere armoniosa ed intima.
Oggi Villa Le Farnete è divenuta un centro accogliente per ricevimenti, pranzi di lavoro, cene private. Offre anche un servizio di bed and breakfast.
Bibliografia
Barni, Chetti – Romby , Giuseppina Carla, Ville,giardini, paesaggi del Montalbano, Pistoia 2011
Carmignano e Poggio a Caiano, Agricoltura, proprietà e territori fra Medioevo ed Età contemporanea, Firenze 2001
C. Cerretelli, Prato e la sua provincia, Firenze 2003
Carmignano le ville del territorio, a cura di M. Apa, Carmignano 1985
Villa Cigheri: la casa del grafico che disegnò l'Italia
Villa Cigheri, detta anche Villa della Querce, si trova lungo la strada che scende da Carmignano verso Seano. E’ situata nell’abitato detto Renacci, che forse prende nome da “reniccioli”, un vecchio modo di dire carmignanese che rinvia alla consistenza geologica del terreno. C’è chi dice che nel medioevo Renacci fosse un borgo fortificato, altri un monastero. L’insediamento è detto anche “concone” dalla posizione delle varie abitazioni collegate tra loro attorno ad una corte, quasi a formare la figura di una grossa conca.
Nel 1630, ai tempi della peste, “coloro che non avevano casa, o che, pur avendola, benché sprangata destavano sospetto che potessero aprirla, venivano ricoverati nella Stanza dei Renacci, in alcuni poveri locali”. Questi locali si trovavano nei pressi della villa. Il borgo e la villa appartenevano fino a poco tempo fa alla famiglia Cigheri di Carmignano.
I Cigheri facevano parte, accanto ai Cosci, ai Vinattieri, ai Buricchi ed altre famiglie della nascente borghesia locale che dopo la Prima Guerra Mondiale prese il potere al posto delle vecchie famiglie fiorentine dell’aristocrazia terriera.
I Cosci, proprietari della villa prima dei Cigheri, erano stati membri della SOMS (Società Operaia di Mutuo Soccorso), consiglieri comunali, membri della Pubblica Assistenza e soci fondatori della Banchina, il Credito rurale di Carmignano. Ma ormai tale schema politico, basato su alcune potenti famiglie, si andava frantumando di fronte alla nuova classe media emergente formata da liberi professionisti, impiegati e commercianti che, dotati di crescenti mezzi economici, occuparono lo spazio politico un tempo in mano alla nobiltà terriera e furono in grado di influenzare ed indirizzare le scelte politiche e sociali della comunità carmignanese.
Anche i Cigheri ebbero incarichi pubblici a cominciare da Pirro, cassiere nel 1877 della SOMS e consigliere comunale nel 1889. Seguì Andrea, suo figlio, possidente, che fece parte della Pubblica Assistenza.
Uno dei Cigheri divenuto famoso fu Aldo Cigheri, pittore d’acquerelli e grafico. Non era nato a Carmignano, forse a Genova, dove era cresciuto. Di Carmignano era però originaria la sua famiglia e a Carmignano Aldo decise di tornare ad abitare negli anni settanta e lì rimase fino alla morte avvenuta nel 1995. Assieme ad Alberto Moretti e Quinto Martini, Aldo Cigheri è uno delle tre personalità artistiche più insigni di Carmignano. E’ stato famoso per le sue carte turistiche e le memorabili locandine rappresentanti alcuni Comuni italiani. Sono di Cigheri alcune delle più importanti campagne di promozione turistica dell’epoca.
Aldo Cigheri era molto orgoglioso della sua villa che, quando lui tornò in paese, stava ormai cadendo a pezzi. Un tempo la casa era decorata con affreschi fatti dal padre di Aldo, “anche lui un artista che alternava l’arte di far dipinti veri e propri con l’affrescare le case secondo la moda della zona di Lucca e della Versilia”. In seguito, grazie ad un parente – l’avvocato Cecchetti – la villa fu dichiarata “bene d’interesse nazionale” dalla Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici e quindi notificata. Fu poi divisa fra alcuni proprietari che facevano parte della famiglia Cigheri, mentre la parte di Aldo passò all’avvocato Cecchetti. Le opere rimaste all’interno dell’edificio furono portate via per sicurezza dal proprietario. Alcune, soprattutto le locandine, furono lasciate al Comune che le espose nella sala del Consiglio Comunale intitolata ad Aldo Cigheri.
Bibliografia
A.- Ricci, Memorie storiche del Castello e del Comune di Carmignano, Prato 1895, p. 157
D. Nucci, Civiltà parrocchiale – Feste religiose confraternite devozione popolare nella comunità di Carmignano e Poggio a Caiano, (1870-1960), Signa 2010, p. 92
W. Fortini, L’arte di Cigheri a Carmignano, www.carmignanodivino.prato.it, 2002 (aggiornato nel 2013)
Comune di Carmignano-Archivio della Cultura contadina-Interviste di Giovanni Contini Bonacossi- Intervista ad Alessandro Attucci
Villa La Serra, la vecchia fattoria al centro del borgo
La villa dà il nome all’abitato che andò via via sempre più sviluppandosi a cominciare dall’Ottocento fino alle recenti costruzioni moderne. Il nucleo si strutturò intorno alla fornace dei Ciapini, commercianti di legna di Bacchereto, poi trasferitisi a Carmignano.
La villa fu edificata su preesistenze ed è presente nella pianta dei Capitani di parte guelfa del 1584 come proprietà della famiglia fiorentina degli Agli, che avevano possessi anche a Montalbiolo.
Gli Agli erano una ricca e potente famiglia guelfa di Firenze proprietaria di case, palazzi e torri. Via degli Agli, nel quartiere di S. Giovanni, prende nome da loro. Nel 1246 fuggirono esuli a Rimini durante la lotta dell’impero contro il papato, periodo in cui a Firenze imperversava la caccia a tutti i guelfi.
Villa La Serra fu poi dei Giuliani, altra nobile famiglia fiorentina che ricoprì cariche nell’amministrazione dello Stato durante il periodo repubblicano. Nel 1815 passò al monastero di S. Niccolò a Prato che la tenne fino agli anni ’80 del Novecento.
Interessante la storia di questo monastero che fu costruito nel 1328 per le suore carmelitane. Nel 1784 il granduca Leopoldo lo trasformò in Conservatorio affidando alle suore la formazione culturale e cattolica delle fanciulle nobili. Divenne poi Istituto Magistrale arricchito di una vasta biblioteca. Nel 2006 è divenuto Fondazione.
In seguito villa La Serra fu divisa e venduta a lotti. Al momento della vendita appartenevano alla villa-fattoria molti poderi fra cui Boschetti, Termine, Montaneta, Uccellare, Montecucchi, Citerna, Cancelli e La Serra.
L’edificio, di impianto cinquecentesco, è a forma di parallelepipedo con torretta e si eleva su due piani. La facciata ha un portale sormontato da un balconcino del ‘700 e semplici finestre rettangolari. Gli annessi colonici sono disposti a fianco della villa e comprendono anche una cappella del ‘600 dedicata alla Madonna del Rosario. La facciata a capanna ha una forma rettangolare a bugnato. L’interno è a volta.
Oggi Fattoria La Serra si presenta come un antico casale immerso nel verde delle colline di Carmignano e ospita ricevimenti e pranzi di nozze.
Villa Le Falene, dai Medici ai Bini e i Gori-Zandonari
Presso l’abitato di Comeana, accanto a Villa Le Farnete, in via Macia, si trova Villa Le Falene. Le due strutture sono separate da via di Calcinaia che porta a Poggio a Caiano attraverso una verde campagna ad ulivi e cipressi.
Attualmente la villa è protetta da un alto muro di cinta su cui posano vasi di terracotta. Un giardino circonda la villa. La facciata principale, che ha subito degli interventi tra l’Ottocento e il Novecento, è caratterizzata da quattro aperture rettangolari e abbellita da un grande stemma della famiglia Gori-Zondadari. Vicino al tetto si trova un’altana a tre luci con vasi ai lati.
Una cappella, posta anch’essa su via Macia, ha la facciata con struttura a capanna e un piccolo portale con timpano. Fu probabilmente costruita nel 1700 dai Bini e ristrutturata nel 1865 dai Gori-Zondadari. Dedicata in un primo tempo alla Madonna di Montenero, fu poi dedicata al beato carmelitano Andrea Mazzinghi.
Nel Cinquecento la villa era un modesto possesso dei Medici, poi dei Bini che nel ‘700 fecero diverse trasformazioni. I Bini, provenienti dalla Val di Pesa, nel Duecento si stabilirono a Firenze in via Romana. Nel 1300 furono annoverati fra i notabili della città dove ricoprirono anche la carica di priori. Cosimo il Vecchio acquistò da loro una casa che fu chiamata “casa di Annalena” perché vi abitò Annalena, vedova di Baccio di Anghiari. Nel 1483 Lucrezia Bini sposò Giannozzo della famiglia dei Pucci e per le loro nozze Lorenzo Il Magnifico commissionò a Sandro Botticelli quattro tavole con le storie di Nastagio degli Onesti. Un discendente dei Bini – Bernardo di Pietro – fu tesoriere del papa Leone X e riammodernò in via Romana a Firenze l’Ospedale di S. Spirito chiamato in seguito di S. Sebastiano de’ Bini. Tommaso Bini, figlio di Bernardo, nel 1509 ricevette da papa Giulio II la commenda dell’ospedale di S. Spirito in Saxia a Roma. I Bini furono anche tesorieri e amministratori dei fondi per la fabbrica di S. Pietro e per la tomba del papa Giulio II a cui lavorava Michelangelo.
L’altro figlio di Bernardo, Giovan Battista Bini, giureconsulto, fu nominato nel 1518 cavaliere di S. Pietro. Nel XVII secolo un altro Bini – Pietro – fu l’elemosiniere segreto di papa Urbano VIII e fondatore della Compagnia dei Padri Filippini. Negli stessi anni Bernardo di Lorenzo Bini fu uomo politico col titolo di cavaliere e di senatore all’epoca del granducato. La potente e ricca famiglia Bini possedeva a Firenze diversi palazzi e a Fiesole villa La Torraccia.
Villa Le Falene passò quindi nel 1860 alla famiglia senese-fiorentina dei marchesi Gori-Zandodari che acquisteranno nel 1864 anche l’adiacente villa Le Farnete.
Negli anni ’80 del secolo scorso villa le Falene fu acquistata da Nazzareno Goti – a nome della moglie polacca Anna Raczynska – che possedeva a Comeana una fabbrica tessile di cardatura di filati chiamata “la fabbrica del Goti”, vero e proprio cuore industriale del territorio: due impianti di telatura, un centinaio di telai, piazzali e terreni e 150 addetti. Dette lavoro a comeanesi, lastrigiani e campigiani.
Per saperne di più:
C. Cerretelli, Prato e la sua Provincia, Firenze 2003
Villa Bencini Tesi, fu la residenza dei Banci Buonamici
La villa si trova in località Bacchereto, sulle splendide colline del Montalbano. Nel ‘400 era una casa di caccia dei Medici che lì si trasferivano per le loro battute, perché era situata presso il bosco posto ai margini di Bacchereto. Ancor oggi nei dintorni sono ben visibili alcuni resti del muro di recinzione del Barco reale istituito da Ferdinando II dei Medici nel 1626 nell’area del Montalbano. La sua realizzazione doveva servire per salvaguardare la selvaggina e per essere un’area sempre a disposizione dei Medici per le loro battute di caccia. Il Barco racchiudeva boschi ricchi di animali: uccelli, cervi, cinghiali, daini. orsi ed altri animali.
Nel 1716 il granduca Cosimo II stabilì una serie di norme restrittive per la produzione del vino all’interno del Barco (si trattò di un primo esempio di prodotto D.O.C., Denominazione di Origine Controllata). Nel 1772 il granduca Pietro Leopoldo di Lorena ordinò la cessazione dell’uso della bandita e la destinazione dell’area ad altri usi.
La villa fu acquistata nel 1787 dalla famiglia pratese dei Buonamici, proprietari un tempo del palazzo della Provincia di Prato che da loro prende nome e di una villa a Savignano nel Comune di Vaiano. Nel 1875 Giuditta Buonamici sposò Silvio Banci e dette così vita alla famiglia Banci-Buonamici.
Nel 1925 la proprietà fu acquistata dalla famiglia Bencini Tesi che la trasformò in una fattoria con una superficie di circa 167 ettari, di cui otto a viti, altri sessanta a oliveto e i restanti a bosco, castagneti e alberi da frutto. Un tempo attorno alla fattoria si trovavano le case dei mezzadri che traevano da vivere dal lavoro dei campi in cui “ciascuno poteva mettere a frutto le conoscenze accumulate in una vita per far meglio fruttare la terra”, come dice Rossella Bencini Tesi.
Oggi Rossella Bencini Tesi pratica nelle sue terre l’agricoltura biodinamica. Il vino prodotto prende il nome di “Terre a mano- Carmignano DOCG”, “Sasso Carlo Terre a mano”, “Bianco IGT Toscana” e Vin Santo di Carmignano DOC”.
Nel Carmignano DOCG è presente l’uvaggio di Cabernet Franc o Cabernet Sauvignon, vini portati nella terra di Carmignano da Maria dei Medici addirittura circa cinque secoli fa.
Villa di Capezzana, dai Bonaccorsi ai conti Contini
Villa Capezzana – nella frazione di Capezzana – ha origini medievali. Di tale periodo storico resta solo un oratorio dedicato a S. Jacopo (XII sec.) che presenta ancora l’antico rivestimento murario in filaretto di alberese, una torre campanaria e un’abside romanica. L’oratorio presenta sul portale una lunetta ad arco a tutto sesto e in alto un’apertura circolare per dar luce all’interno. La villa di Capezzana è strutturata in diversi edifici. E’ arricchita da un ampio giardino con piazzale ornato da statue settecentesche.
E’ nel 1475 che la costruzione divenne “dimora del signore” grazie al volere dell’allora proprietaria – Monna Nera Bonaccorsi – la quale possedeva anche nove case poderali con relativi impianti viticoli. L’abitazione fu successivamente ampliata nel XVI sec. dai nuovi proprietari – i Cantucci – imparentati coi Medici. Nel 1734 Maria Maddalena Cantucci, sposata al marchese Bourbon del Monte, rampollo di una nobile antica casata toscana, aumentò il numero dei poderi della tenuta, ampliò le dimensioni della cantina e introdusse un metodo amministrativo innovativo i cui documenti si conservano ancora nell’archivio storico della tenuta.
La villa passò quindi alla famiglia Adimari-Morelli. Gli Adimari erano una famiglia fiorentina di antica origine, estintasi nel 1736. I Morelli, provenienti dal Mugello, si trasferirono a Firenze e divennero gli eredi degli Adimari. Fu proprietà poi dei Franchetti-Rothschild (Raimondo Franchetti aveva sposato nel 1858 la baronessa Sara Luisa Rothschild) ed infine dei Contini Bonacossi nel 1920.
Fu il conte Alessandro, senatore, grande antiquario, di ritorno dalla Spagna, ad acquistare la villa di Capezzana con più di centoventi poderi ed una produzione di vino e di olio di grande qualità. Il conte acquistò anche dal marchese Aman Niccolini di Carmignano due fattorie confinanti – il Poggetto e Trefiano – e fece costruire una nuova tinaia dal famoso architetto fiorentino Giovanni Michelucci. Nel 1945 condusse l’azienda Augusto Alessandro, figlio del senatore, al quale si affiancò il figlio Ugo, laureato in agraria, che trasformò la tenuta di Capezzana da conduzione mezzadrile ad azienda moderna.
Ugo Contini Bonacossi lasciò il palazzo di famiglia che possedeva a Firenze sui Lungarni e si trasferì con la numerosa famiglia a Capezzana divenendo un personaggio di spicco della vitivinicoltura italiana e valorizzando in modo eccezionale il vino di Carmignano. Nel 1972 fondò la Congregazione, cioè il Consorzio, dei produttori del vino Carmignano che dal 1932 veniva confuso col Chianti. E’ grazie al suo lavoro e alla fiducia riposta nel vino di queste terre che il vino Carmignano ottenne nel 1975 la Doc e nel 1990 la Docg.
Oggi la direzione della tenuta di 670 ettari, 90 a vigneto e 140 a oliveto, è in mano ai figli del conte Ugo Benedetta, Beatrice, Vittorio e Filippo, oltre ai nipoti Serena, Leone, Gaddo e Ugo.
A Carmignano la cultura del vino è molto antica. La vite vi si coltivava già in epoca etrusca e romana. Si dice che i nomi di alcune aziende viticole derivassero da nomi romani dell’epoca di Silla, periodo in cui la zona fu suddivisa e distribuita ai veterani di guerra. Il toponimo Capezzana deriverebbe dal nome di uno di questi veterani chiamato Capitus. Una pergamena con un contratto di affitto, datata 804 e posta all’ingresso della tenuta di Capezzana, attesta la produzione dell’olio e del vino nella fattoria già 1200 anni fa.
Testi di Daniela Nucci