San Michele amarcord

Il 'teatro in strada' di Carmignano

La festa di San Michele è di gran lunga l’iniziativa più spumeggiante di Carmignano. Ed è una festa unica nel suo genere: teatro di strada, tra la gente e con la gente. Una gara tra quattro rioni, con carri che diventano incredibili scenografie, costumi che si srotolano, balletti, pezzi recitati, effetti speciali. Un migliaio di persone in piazza, altre dietro le quinte. Un vero spettacolo corale, con storie diverse ogni anno: una per contrada, mezz’ora a testa.

In questa sezione del sito raccontiamo alcune storie ed aneddoti, ricordati dagli stessi protagonisti, di una festa che nel 2012 ha festeggiato ottanta anni.

Testo di Walter Fortini

 

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Mauro Bellini e Giuliano Petracchi

Con quel nome che pare inventato Gino Balena potrebbe benissimo essere il personaggio di un libro e quarant’anni dopo nel rione bianco (e non solo nel rione bianco) ne parlano ancora come una leggenda. In fondo quel romagnolo di Cesenatico, allora professore di educazione artistica alle medie, oggi un po’ invecchiato e a cui il Comune ha deciso di dedicare una mostra a dicembre, cambiò il San Michele e il modo di portare i carri in piazza. Dando vita a quel ‘teatro in strada’ che è ancora la festa. Quattro sfilate di mezzora, – una per rione, diverse tra loro e diverse ogni anno – che si ripetono per tre sere e giudicate da quindici giudici.

Un condottiero rivoluzionario
Per i più giovani Gino Balena è solo un nome. Quel volto si materializza aprendo un vecchio album, custodito in un cassetto da chi nel 1970 aveva da poco smesso i pantaloni corti. In una grande foto dove si festeggia la prima sfilata mai conquistata dalla contrada della torre, quella del 1970 appunto,  Gino Balena se ne sta lì circondato dai suoi rionali: avvolto da una sciarpa bianca, i capelli crespi ed il viso incorniciato dalla barba. Un condottiero con il suo esercito, un condottiero che è tornato nella sua Cesenatico ma che qualche anno fa è tornato a vedere come è cambiato (se è cambiato) il San Michele. “Furono anni incredibili” ricordavano qualche anno fa Giuliano Petracchi e Mauro Bellini, allora giovani rionali: “La svinatura” (1969), “Gli Etruschi tra realtà e fantasia” (1970), “Le quattro stagioni” (1971), “Vergine, ma vergine davvero” (1972) “Carmignano è tuo: difendilo” (1973). Nei cinque anni di Gino Balena la contrada della Torre sconfisse i celesti, il rione più ‘acculturato’. Vinse tre volte, superata solo nel 1969 e nel 1971 dal rione giallo che da allora non ha più vinto. “Gino si fece contagiare dalla festa – dice Giuliano – ma quando lo avvicinammo nessuno si immaginava che avesse quell’estro e quelle capacità”. Ma anche la gente si fece contagiare. E non fu semplice, si racconta ancora, convincere famiglie e contadini con una morale all’antica a sfilare, nell’anno degli Etruschi, solo con un pezzo di stoffa tra le gambe.

Dieci quintali di scagliola
Gino insegnava disegno alle scuole medie, che allora erano in piazza Niccolini. Era arrivato dalla Romagna ed abitava nel Brucio, vicino a Bacchereto. “Mi ricordo ancora la prima riunione – rievoca Mauro Bellini – Gli chiesero di cosa avesse bisogno per costruire i carri e lui rispose: tubi innocenti, compensato e dieci quintali di scagliola”. Fu una rivoluzione: fino ad allora si usava solo legno, stoffa e cartone. “Ci chiedemmo cosa mai ci avrebbe fatto con così tanta scagliola” prosegue Mauro. Lo si capisce guardando la foto del grande tempo etrusco della sfilata del 1970: un carro gigantesco, gesso e scagliola di fuori a modellare statue e colonne ed un cuore di legno e tubi innocenti all’interno. Una solida armatura con cui, in cinque anni, furono costruite case a due piani, mura di castelli e scorci di città. “Sempre rappresentate in modo estremamente realistico, con tegoli veri ed alberi veri” ricorda Giuliano. Uno stile che poi, negli anni successivi, contagiò anche gli altri rioni.

Carri con l’energia elettrica e trucco curato
Prima di Balena si sfilava anche con un solo carro per rione, dopo Balena con almeno quattro. Ma la rivoluzione non fu solo dei carri. Arrivò la musica ad accompagnare le sfilate e non era più solo quella di una banda o di un’orchestrina. Crebbero le luci, non più alimentate solo dalle batterie tolte in quei giorni alle poche auto che circolavano. Il trucco dei volti si fece più curato, i costumi mai improvvisati. “Non avevamo allora una grande sartoria rionale, ma lo spirito del San Michele contagiò numerosi colleghi di Gino Balena che iniziarono ad aiutarlo” ricorda sempre Giuliano. E cambiarono anche i temi portati in piazza, che si fecero più “sociali”: non più solo aneddoti e storielle del passato, ma spunti e riflessioni sull’attualità. Nel 1973, con “Carmignano è tuo: difendilo” i bianchi raccontarono il grande incendio che un mese prima aveva bruciato il Montalbano e le polemiche seguite ai soccorsi giunti in ritardo. Le sfilate si preparavano in appena un mese. Il 1972 toccò all’olio di oliva. Parlarono anche della Rocca, allora un castello privato che in molti si auguravano che potesse tornare a disposizione di tutti. Poi però arrivò la crisi energetica. “In tutta Italia si dovette tirare la cinghia – racconta Mauro – Anche le ripetute vittorie del bianco forse non aiutarono”. E così nel 1975 la Pro Loco, che allora organizzava la festa, dovette prendere atto che tra i carmignanesi non c’era più interesse per il San Michele. Una pausa lunga cinque anni, fino al ritorno nel 1980.

Testo di Walter Fortini

Quattro sfilate per altrettanti rioni, dove i colori – giallo, verde, celeste e bianco – sembrano scelti a caso ma tanto casuali in fondo non sono. Lo raccontava alcuni anni fa Mauro Bindi, “storico” della festa di San Michele e custode di tanti aneddoti. All’inizio nel 1932 si tentò di coinvolgere tutte le frazioni del Comune. Poi nel 1934 nacquero i rioni così come oggi, più o meno, li conosciamo. “Riguardavano Carmignano e le frazioni più vicine – spiega Bindi – : Montalbiolo, la Vergine, La Serra, Santa Cristina a Mezzana, Verghereto”. Negli anni Novanta si è aggiunto un pezzo di Seano.

“I colori – racconta ancora Bindi – volevano essere rappresentativi delle località a cui furono attribuiti”.  Perché il rione giallo avesse un leone nello stemma è facile intuirlo: la contrada ospita il palazzo comunale e il leone è lo stesso del Comune.   “Il colore, giallo come l’oro – racconta – voleva invece evocare la ricchezza dei suoi abitanti. Nel centro storico vivevano infatti allora le persone più abbienti e i commercianti del paese”. Lo stesso meccanismo portò a scegliere il verde per il rione dell’arte, quello che comprendeva la parte bassa del paese, dall’attuale via Bicchi a via fratelli Buricchi, via dell’Arte, via Mazzei e via del Ceppo. “Il verde – prosegue ancora Mauro – è il colore della povertà e della speranza e nella contrada viveva infatti la parte meno abbiente della popolazione”. Più facile capire il perché del celeste nel caso della contrada dell’Arcangelo: la chiesa di San Michele è infatti parte del rione e per la contrada, che oggi comprende la Serra, Montalbaiolo, il Bagno , i Renacci, via Modesti e fino agli anni Sessanta anche via Chiti, furono scelti i colori del santo. “Il bianco della contrada della Torre – conclude Mauro – evoca invece la pace: la parte del paese che dalla Rocca si estende fino a Santa Cristina a Mezzana era difatti la più agricola e serena. O forse fu scelto il bianco semplicemente perché bianca era la torre campanaria che tuttora domina dall’alto il paese”.  Per nessun rione naturalmente fu scelto il rosso, “politicamente sconveniente” in quel periodo.

Testo di Walter Fortini

Il San Michele è soprattutto oggi ‘teatro in strada’. Ma c’è anche il palio dei ciuchi: corso oggi non più su quattro ma su soli due giri di piazza Vittorio Emanuele II, piazza Matteotti e via Roma, con cambio dei ciuchi a metà. Perché così le leggi per la tutela degli animali impongono.

La prima volta lungo l’anello di due piazze ed una via, nel centro del paese, fu nel 1967: partenza dal ristorante Roberto ed arrivo da Anaceto. Prima di allora la corsa del palio dei ciuchi di San Michele si correva lungo la strada che da Torcicoda, all’incrocio oggi di via Granaio e di via Nella Borchi, risale verso il paese. L’anello fu un’autentica  rivoluzione  e nella settimana che precedeva il palio, si racconta, praticamente ogni sera si provavano i ciuchi lungo il percorso.

A distanza di quasi quaranta anni, in paese ancora in molti si ricordano del ciuchino Merchx: una leggenda per il rione giallo e il bersaglio di mille accuse e polemiche da parte delle altre contrade. Come inalterato rimane il primato, più recente, di Camilla Breddo e Mariella Niccolai, le uniche due donne fantino di tutta la storia del San Michele: la prima lo vinse per il celeste nel 1998, la seconda lo corse, sempre per il celeste, nel 2004.  Il ciuchino Merchx arrivò a Carmignano, da Iolo, nel 1969. “E grazie a quel ciuco – ricorda Giuliano Petracchi – il giallo, che in difficoltà economiche quasi sembrava che non dovesse partecipare alla festa, vinse tanto la sfilata quanto il palio, come avvenne di nuovo nel 1971”.   Vinse ininterrottamente fino al 1973  e per le sue straordinarie capacità di corridore fu subito soprannominato come il grande ciclista che allora vinceva tutte le corse.

“Naturalmente – prosegue Giuliano – lo strapotere del giallo scatenò negli altri rioni una ridda di sospetti, proteste ed accuse  a non finire”. Nel vortice delle polemiche finirono anche il sindaco Lenzi  e poi il presidente del comitato organizzatore.  Ma non era in fondo una novità per il San Michele: nel 1964 il rione verde fu accusato di usare un ago per far correre più velocemente il proprio ciuco. Nel 1968 di nuovo la contrada verde fu accusata di doping. E per fugare ogni dubbio fu deciso di sottoporre tutti i ciuchi a visite veterinarie obbligatorie.

Iniziarono allora aste dissanguanti per accaparrarsi i migliori ciuchi e i migliori fantini. Poi si decise di tornare ad una formula già sperimentata, con scarso successo, nel 1974: il sorteggio dei somari, sera dopo sera, tra le quattro contrade. Quello che accade ancora oggi.

Testo di Walter Fortini

 Gino Borgioli

Dal 1932, quando per la festa del patrono si è iniziato a sfilare, quattro rioni l’uno contro l’altro, Gino Borgioli, in paese conosciuto come Gino di Fico o il Cintelli, non aveva perso un’edizione: 90 primavere e sempre sui carri o in piazza. Nel 2009, per i trent’anni della festa, fu anche premiato. Fino a quando, ad agosto del 2011, se n’è andato. Una vera istituzione. Un racconto vivente. L’esempio perfetto di come al San Michele si sfili da pochi mesi, in braccio alla mamma, a novant’anni. Nel 2011 il rione celeste, il suo rione, ha deciso di raccontare la storia del San Michele con i suoi occhi. Il frutto di tante chiacchierate dopo cena, mentre in estate si preparano le sfilate. Un tributo alla memoria. Ed hanno vinto, a pari merito con i bianchi.

Il celeste è il rione che ha più vinto: ventitré volte in quarantacinque sfilate. Tante vittorie e tante storie raccontate: fino al 1974 con Arrigo Rigoli, che inventò il San Michele, poi con Guido Lenzi, Fabrizio Buricchi ed altri giovani. Ma fra tante sfilate tutti nel rione ancora raccontano di quando nel 1957 la contrada portò in piazza la vigilia della fiera di Sant’Andrea e l’arrivo del circo, con Gino “di Fico” che faceva l’uomo forzuto, Turindo Drovandi l’orso ed Amelia la “più bella zingara che mai si sia vista”. “Gino – raccontava Stefano Cinotti – aveva una clava di legno ed era talmente entrato nella parte che Turindo, suo malgrado, si beccò con quella clava qualche scoppola di troppo”.

Quell’anno fu per il rione celeste il primo cappotto: si aggiudicò infatti tanto il palio dei ciuchi quanto il premio per la più bella sfilata. Ma ogni San Michele ha in fondo un dietro le quinte da raccontare, curioso o con un risvolto particolare. “Un anno – ricordava sempre Stefano anni fa –  per un fumogeno un carro prese fuoco. Fu subito spento e sembrò un effetto scenico voluto, ma vi posso confessare oggi che non fu così”. Per un innesco difettoso di un petardo c’è chi si è visto saltare via dalla testa una pesante parrucca di lana d’acciaio. La stessa pesante parrucca, alta più di quaranta centimetri, che una sera, una signora che si era sentita male per un calo di zuccheri, non si volle togliere. “Ho tanto patito a mettermela – disse – che non voglio patire di nuovo prima di sfilare”. E naturalmente in una sfida che si è ripetuta quarantadue volte in settanta anni non sono mancate le polemiche. Nel 1957 si diceva che la potente famiglia Rigoli, ideatrice della festa e deus ex machina del rione, vincesse in modo scorretto. Nel 1968 la nomina della giuria fu affidata all’esterno. Ma non bastò e negli anni successivi le polemiche, anche accese, avrebbero riguardato altri.

Testo di Walter Fortini

Ottantatré anni da quando la festa è nata, ma solo 45 sfilate aggiudicate e 46 pali assegnati. C’è stata infatti la lunga interruzione della guerra, dal 1939 al 1956. Ci sono stati altri stop dovuti a stanchezza e polemiche per vittorie non ritenute legittime: dal 1958 al 1963, dal 1975 al 1979. Ci sono stati anche anni in cui si è sfilato e corso ma i trofei non sono stati assegnati oppure, negli anni Novanta, edizione con soli tre rioni.

In tanti anni il colore dominante nell’albo d’oro della festa del San Michele è comunque, senza dubbio, il celeste. Il rione dell’arcangelo ha vinto 23 sfilate su 45, se si considera anche l’edizione del 1964 in cui il trofeo fu unico (e vinsero i verdi, per i maggiori punti conquistati nella corsa dei ciuchi) ma nella sfilata il primato era stato dei celesti. Dietro i celesti, ci sono i bianchi con 12 vittorie. Bianchi e celesti si sono alternati sul podio quasi ininterrottamente dal 1996 in poi: c’è stato anche un ex-aequo, nel 2011. A ruota segue il verde con 9 vittorie – 7 tra il 1987 e il 1995, l’ultima nel 2012 per un punto sui celesti – e il giallo con appena due sfilate aggiudicate, nel 1969 e nel 1971.

Si rovesciano (o quasi) le posizioni nel palio dei ciuchi. Primo il giallo con 15 pali su 46 assegnati, secondo il bianco con 14, terzo il celeste con 13 ed ultimo il verde con 6. Proprio il celeste ha vinto la corsa dei ciuchi nel 2014, aggiudicandosi anche il trofeo per la più bella sfilata (per tre punti sul verde) e facendo dunque cappotto. L’anno prima, nel 2013,  il cappotto era stato invece del bianchi.

Testo di Walter Fortini

(L’albo d’oro sul sito della festa: clicca qui)

Come la maggior parte delle feste patronali, anche quella che si svolge a Carmignano in onore di San Michele Arcangelo è sorta sicuramente con forti connotazioni di natura religiosa ed ha senza dubbio origini antichissime, che affondano le proprie radici nel Medioevo, ma mentre le memorie di quel tempo sono andate perdute è possibile ricostruire la rinascita della manifestazione in epoca moderna, che prese l’avvio nel 1932 per poi definirsi ulteriormente tra il 1933 e il 1934, anno in cui si ebbe l’istituzione dei quattro rioni nei quali tuttora si divide il paese e alla sfilata folkloristica venne aggiunto il palio dei ciuchi.
A quel tempo sia il palio che la sfilata – preceduti al mattino dalle funzioni religiose – si consumavano nell’arco di una sola giornata, che era ovviamente il 29 settembre: il primo si svolgeva nel pomeriggio, la seconda invece aveva luogo di sera, per aumentare la suggestione del corteo che anche allora si avvaleva spesso di giochi di luce dovuti all’utilizzo di fiaccole, lucerne e via dicendo. Il palio dei ciuchi all’epoca non si correva soltanto in piazza ma partiva da “Torcicoda” (all’inizio di via Carmignanese), mentre la sfilata come adesso prendeva l’abbrivio dalla chiesa e, scendendo lungo via Modesti, percorreva via Roma, piazza Vittorio Emanuele, largo della Repubblica e via Bicchi per poi ripetersi in senso inverso (con la differenza che attualmente non replica l’itinerario dopo averlo concluso).
Fautore della rinascita della festa, insieme ad altri compaesani tra i quali si annoverano il fratello Lapo ed alcuni amici fu l’artista Arrigo Rigoli, che per svariati decenni fu anche il principale animatore del rione Celeste, e che nel corso degli anni affidò i suoi ricordi a quaderni e fogli sparsi, scritti a mano oppure a macchina, per fermare sulla carta gli avvenimenti e i nomi salienti di quel lontano periodo. Ve ne proponiamo una sintesi in esclusiva assoluta in un dittico di articoli che vogliono fare luce sugli albori di una manifestazione tanto amata sia dai carmignanesi che da quanti ad ogni edizione con immutata puntualità vengono ad assistervi da fuori.

Testo di Barbara Prosperi

Ecco il racconto, in due puntate:
Dalla parata di rificolone alla sfilata folcloristica
Le istituzioni dei rioni e il ritorno del palio

Tra le tradizioni del passato che ancora oggi sopravvivono a Carmignano la più intensa è la festa di San Michele, in cui i quattro rioni (rione Bianco, rione Celeste, rione Giallo e rione Verde) si danno battaglia per conquistare il palio dei ciuchi ed il trofeo per la rappresentazione teatrale migliore. Una gara che trasforma la piazza centrale del capoluogo in un palcoscenico naturale sotto le stelle. Carmignano, da quando come la conosciamo oggi nel 1932 la festa è nata, è cambiata. E’ cambiato anche il modo di fare teatro in strada. Ma la passione è rimasta immutata, capace di contagiare generazione dopo generazione e anche chi a Carmignano non è nato, capace di portare per strada insieme bimbi, grandi e anziani.
Visto da fuori il San Michele è sicuramente la festa più bella dell’anno: uno spettacolo unico. Visto da dentro forse è ancora più bello, magico e misterioso, con quel fuoco che cresce dentro e ti fa tirare lunghe le notti nei cantieri, con il lavoro che dura quasi un anno intero, con quell’adrenalina che riempie il corpo di registi e figuranti stretti nell’imbuto di via Modesti, un attimo prima di tuffarsi in piazza. Pronti a raccontare, ogni anno, con estro e fantasia uno scampolo diverso della storia di Carmignano, pagine a volte romanzate, conosciute o anche sconosciute, ogni contrada una storia diversa.
Per raccontare cosa è il San Michele per un carmignanese (e come e se è cambiato) abbiamo scelto due testimonial: un uomo e una donna, due voci di generazioni diverse che a volte si scontrano e si incontrano all’interno delle contrade (e non solo nelle contrade), due carmignanesi – di nascita o di azione – che il San Michele l’hanno vissuto prima in un rione e poi in un altro, Giuliano Petracchi (classe 1948) nel celeste e bianco ed Elisa Cocchi (24 anni) nel giallo e verde, a dimostrazione che il legame con la festa, succeda quello che succeda, non si scioglie mai e dopo il primo amore resta appeso tra sartoria e cantiere di ogni contrada.

Testo di Valentina Cirri